Capitolo 23: Riconciliazione

Fuori il rigido inverno gelava le colline, ma dentro la stanza dove Leo impartiva lezione ad Artúr regnava un piacevole tepore.
A differenza che nelle capanne di Ioua, il braciere acceso era posto a un lato della stanza, presso il muro in pietra, e il fumo fuoriusciva attraverso una fessura nel tetto. Il calore si diffondeva lentamente nell'ambiente, mentre le pesanti pelli appese alle pareti attenuavano gli spifferi.
«Bene, così... No, aspetta, si scrive CVM GRATIA, con la T». Leo corresse Artúr mentre il ragazzo scriveva.

Erano passati già tre mesi da quando Riderch gli aveva affidato l'ingrato compito di insinuare ad Artúr false informazioni su suo padre Áedán, durante le lezioni di latino. Ma Leo non era ancora riuscito a trovare il coraggio di farlo.
Per la verità, lo stesso Riderch non era più tornato sull'argomento, limitandosi a chiedergli ogni tanto come andavano le lezioni. A questa domanda, Leo rispondeva attenendosi strettamente ai progressi di Artúr, evitando accuratamente di confessare a Riderch che non aveva ancora affrontato l'argomento con il ragazzo — quando occasionalmente era Artúr a parlare di suo padre, Leo si limitava ad annuire senza aggiungere altro.

Per il resto, l'arrivo dell'inverno aveva congelato le decisioni di Leo sul da farsi, in attesa che tornasse la buona stagione.
Si ricordava che Cassiodoro aveva dato a lui e a frate Luciano un lasso di tempo massimo di un paio d'anni, che stavano volgendo ormai a termine.
Ma era ancora investito della missione affidatagli da Cassiodoro? Leo non ne era più così sicuro. Forse, con l'arrivo della primavera, avrebbe potuto rimettersi in contatto con frate Luciano — con il quale aveva ricucito i rapporti per lettera — e decidere con lui sul da farsi.

Oltretutto, si stava affezionando ad Artúr. Il ragazzo stava entrando nel suo decimo anno di vita. Non era più il bambino che Leo aveva conosciuto a Ioua un anno e mezzo prima. Ormai era abituato a conversare con il suo tutore in latino: discutevano delle opere degli antichi, del valore di un uomo retto e, talvolta, del senso della vita.
Leo cercava di impartirgli anche delle elementari nozioni di calcolo, pur non essendo egli stesso particolarmente esperto. E nonostante la sua crisi di fede, provava a descrivergli il mondo come un'immensa creazione, evitando di addentrarsi in quei misteri nei quali non riusciva più a credere.
Del resto, anche gli zii di Artúr, Riderch e Languoreth, erano cresciuti secondo credenze pagane e certo non insistevano sulla sua educazione cristiana.
Lo stesso Urbgen, re del Rheged, non era cristiano, ma lasciava piena libertà d'azione ai monaci che predicavano il Vangelo nelle sue terre. Frate Serf e frate Mungo, che avevano viaggiato con Leo da Ioua a Cair Ligualid, erano ripartiti mesi prima. Non certo per Alt Clut, da cui — aveva appreso Leo — erano banditi, bensì verso qualche altra regione della Britannia. Le ultime notizie davano frate Mungo in viaggio verso una missione nelle terre del Guinedd, a sud del Rheged.
Artúr aveva anche stretto un forte legame con i suoi cuginetti, Custennin e Gwladus, con i quali giocava spesso. Forse rientrava nei piani di Riderch per avvicinare il ragazzo alla propria famiglia, allontanandolo da quella del padre.
Leo si sentiva talvolta turbato dal cinismo con cui in quella società — che era in fondo ancora tribale — i bambini, anche quando parte della famiglia, venivano usati per questioni politiche. Per esempio, non riusciva ancora a togliersi dalla mente il fatto che Riderch e Languoreth avessero mandato la figlia maggiore Acgarat a vivere presso un altro clan lontano da lì, quello di Guendoleu ap Ceidio, per essere iniziata dallo zio Lailoken agli antichi rituali pagani. Lailoken, da ciò che aveva appreso Leo, era considerato un veggente, e l'intenzione era che Acgarat seguisse le sue orme. Una prospettiva che faceva rizzare i capelli a Leo, anche se non erano affari suoi.

Qualcuno bussò, distogliendo Leo dai suoi pensieri.
Un soldato si affacciò all'uscio: «C'è una visita», disse semplicemente.
Prima ancora di vedere chi entrava, Leo vide Artúr spalancare gli occhi e la bocca per la sorpresa.
Poi, lo vide: era frate Luciano!

Per un attimo rimase interdetto. Luciano era l'ultima persona che si aspettasse di vedere lì a Cair Ligualid, per di più in pieno inverno.
Ma il suo vecchio amico, pur stanco in viso, gli sorrideva. Leo si alzò d'istinto e gli andò incontro.
I due si guardarono un istante, raggianti, quindi si abbracciarono.
«Sono contento di rivederti», disse infine Leo, esprimendo veramente ciò che gli veniva dal cuore.
Poi si ricordò del ragazzo. «Oh, Artúr, hai visto chi è arrivato?», aggiunse voltandosi verso il giovane.
Artúr, come se avesse aspettato di essere chiamato in causa prima di proferire parola, si alzò in piedi in segno di rispetto, con un ampio sorriso stampato in volto. «Frate Luciano! Mi sei mancato!», esclamò, e subito si fece rosso in viso, forse temendo di aver rivelato la sua preferenza per fra Luciano come tutore. Ma Leo sorrise sotto i baffi, non curandosene.

Desiderava avere una lunga conversazione con Luciano, senza che Artúr udisse cose di cui era meglio non fosse a conoscenza.
Quindi chiamò la guardia, di sentinella oltre la spessa tenda di lana che chiudeva l'ingresso, e le disse che la lezione di Artúr era terminata e che poteva riaccompagnarlo alle sue stanze.
Frate Luciano sorrise al ragazzo, mentre questi si apprestava a uscire. «Sono contento di vederti, Artúr», gli disse. «Più tardi ci parleremo con calma, abbiamo tutto il tempo».
Artúr annuì, sorridente, e uscì con la guardia.

Rimasti soli, Leo fece sedere Luciano. Per un istante, gli passò davanti agli occhi una scena simile, circa sette od otto mesi prima, nell'ultimo giorno che si erano visti. Solo che allora era stato frate Luciano a farlo accomodare quando Leo era tornato dalla missione nella terra dei Pitti. Poi quell'incontro si era concluso in malo modo... Ma Leo scacciò dalla mente quel brutto ricordo.
«Cosa ci fai qui?», chiese a Luciano. «Non... non ci sono brutte notizie, vero?» aggiunse, improvvisamente preoccupato.
«No, caro Leo, no», rispose il giovane, con un tono molto più pacato e maturo di quanto Leo ricordasse. «Ho solo pensato che fosse giunto il momento di rivedersi... e... di chiederti scusa per come ti trattai nel nostro ultimo incontro».
Leo rimase a bocca aperta. «Non mi devi alcuna scusa!», rispose. «Anzi... permettimi di porgerti le mie di scuse, insieme con il rammarico per non averti saputo dire prima che non ero un religioso. Ma non era facile...».
Frate Luciano lo fermò alzando la mano: «No. Padre Columba, quel sant'uomo, mi ha aperto gli occhi. Tu sei alla ricerca del divino forse più di quanto io lo sia mai stato. A modo tuo».
Leo rimase interdetto. Non capiva cosa esattamente intendesse Luciano, ma non aveva certamente voglia di discuterne ancora.
«Vorrei chiederti il permesso», proseguì il giovane monaco, «di continuare a chiamarti ancora frate Leo, se non ti dispiace?».
Un breve silenzio seguì quelle parole. Leo non se le aspettava proprio.
«Certamente», disse infine. Cercò di trovare le parole giuste per rispondere con tatto: aveva davanti un monaco di vent'anni più giovane, che sembrava ora vedere in lui un uomo alla ricerca di Dio. Anche se non poteva esserne sicuro, aveva come l'impressione che il suo interlocutore, usando quell'epiteto frate rivolgendosi a lui, sperasse di riallacciare il rapporto con quello che riteneva forse una sorta di fratello maggiore in quel lungo viaggio così lontano dall'Italia.
«Non solo non mi dispiace», continuò Leo, «ma mi fa molto piacere». Ed era la verità. In quelle lande remote, faceva piacere riconciliarsi con l'unica persona che proveniva dalla sua terra, che parlava la sua stessa lingua, che conosceva dagli anni del Vivarium.

Ma una domanda gli sorse spontanea: «Come sei arrivato fin qui da Ioua, e con questo tempo terribile?», chiese.
Luciano abbandonò il sorriso che aveva mantenuto fino a quel momento: «Mi sono unito a un'ambasceria richiesta dal re Conall di Dál Riata per portare un messaggio al principe Riderch. Riguardo Artúr».
Leo si sentì congelare. Ancora trame su trame, sulla pelle di bambini. «E di cosa si tratta?».
«In sostanza», rispose frate Luciano, «il padre di Artúr lo rivuole indietro, vuole che ritorni a studiare all'abbazia di Ioua, e in cambio riporteranno al potere ad Alt Clut il principe ereditario precedente, fratello maggiore di Riderch».
«Principe ereditario», fece Leo con un ghigno amaro. «Frate Luciano, tu non hai ancora visitato queste terre al di fuori di Ioua: ti renderai conto ben presto che questi cosiddetti principi non sono altro che capitribù. Le loro residenze reali sono capanne o antiche fortezze in rovina, e i loro cosiddetti eserciti sono un manipolo di guerrieri spesso male equipaggiati».
Il giovane rispose: «Frate Leo, non è così anche nella nostra Italia, da molto tempo ormai?». Gli si leggeva nello sguardo una consapevolezza da uomo, non più lo smarrimento di un ragazzo.
Leo si rese conto, non senza una punta di vergogna, che aveva ragione lui.
«Hai già parlato con Riderch?», gli chiese.
«Non spetta a me parlargli: padre Cainnech e frate Findchán parleranno con i Britanni. Io mi sono aggiunto all'ambasceria solo per venire a ritrovarti».
Le ultime parole di frate Luciano scaldarono il cuore di Leo, che tuttavia non poté trattenersi: «Ma sai», disse, «non credo che Riderch lascerà andare Artúr così facilmente. Credo che abbia altri piani».
Luciano lo guardò con uno sguardo interrogativo.
«Non ho prove», continuò Leo, «ma ho l'impressione che Riderch e Urbgen abbiano bisogno di Artúr per un piano più grande. Questa trattativa con Áedán... mi pare quasi che sia soltanto una mossa per prendere tempo. Credo che non sia il primo obiettivo di Riderch, e che non abbia veramente intenzione di lasciar andare Artúr».

«In ogni caso», rispose fra Luciano, «non sono decisioni che riguardano noi». Lo guardò diretto in volto e aggiunse: «Sai, venendo qui ho portato con me tutte le pergamene che abbiamo ricopiato in Hibernia e a Ioua in questi due anni. E ho salutato padre Columba con un addio».
A quelle parole Leo provò un tonfo al cuore. «Quindi... Hai intenzione di prepararti a tornare al Vivarium?», disse.
«Non pensi che sia ormai il momento? Sono passati due anni dalla nostra partenza», rispose frate Luciano. Il tono della sua voce rimase in sospeso, come se attendesse con ansia l'opinione di Leo.
«È vero, sono già passati due anni... E sono cambiate tante cose». Leo cercò di ponderare bene le parole. «Se vuoi tornare in Italia ora, ti capisco benissimo. Ma, al momento, non mi sento ancora pronto. Non so nemmeno se io sia l'uomo più adatto a portare a termine la missione di Cassiodoro. Quello sei tu».
Fra Luciano lo guardava impietrito.
«Cassiodoro sapeva bene chi sono», continuò Leo. «Sapeva che non sono un uomo di fede, ma un uomo divorato dalla sete di conoscenza. Mi inviò in questa missione consapevole che sarei partito ben disposto a scoprire nuove terre e nuove usanze. Tu eri in realtà l'uomo di fede della missione».

Un silenzio seguì le parole di Leo. Si udivano le braci crepitare nel braciere.
Poi frate Luciano parlò: «Ma... cosa hai intenzione di fare, quindi? Rimanere qui?».
Leo si grattò il mento prima di rispondere. «In questi mesi...» disse, cercando le parole, «ho sperimentato, forse per la prima volta, un certo tipo di responsabilità. Non nei confronti di una missione, ma verso un giovane essere umano. In un certo senso ho la sensazione che il suo futuro, la sua stessa salvezza forse, dipenderanno molto da come viene educato ora».
Fra Luciano abbandonò le braccia ai fianchi: «Ti sei affezionato ad Artúr», disse soltanto.
Leo non riusciva a capire se il giovane monaco fosse più sorpreso o più scoraggiato dalle parole che egli aveva appena pronunciato. «Scusami», gli disse.
Ma frate Luciano abbozzò un sorriso: «Scusarti per cosa?», disse. Poi, con grande sorpresa di Leo, il sorriso sul volto di Luciano si ingrandì, e i suoi occhi brillarono di una luce nuova. «Padre Columba lo aveva detto, che è la mano di Dio a guidarti».
Leo non capiva.
«Forse è proprio così», continuò Luciano: «Il fatto che tu ti senta legato al ruolo di educare Artúr, in una terra così dura, dove i culti pagani sono ancora vivi... La Provvidenza agisce per vie misteriose. Forse il tuo... il nostro ruolo in questa missione andava oltre il semplice ricopiare manoscritti. Nel tuo caso, forse Dio vuole che tu Lo incontri proprio qui, e che magari Lo incontrino anche altri, nel tuo cammino».
Leo non volle smorzare l'entusiasmo del suo compagno, quindi non lo contraddisse. Ma dubitava che la propria voglia di conoscere, e perfino la responsabilità morale che sentiva nei confronti del suo educando, fossero frutto della Provvidenza.
«Grazie per avermi compreso», disse invece. «Rimarrò qui per il tempo che mi servirà, non so ancora per quanto». Poi, dopo un breve silenzio, aggiunse: «E tu, frate Luciano? Hai quindi intenzione di fare ritorno?».
Il giovane monaco si chinò appena verso Leo. «Avevo in mente di sì», rispose. «Ma ora ho compreso che non è ancora il momento. Questa missione era stata affidata a entrambi, e se la Provvidenza ha dei nuovi piani in serbo, li porteremo a termine assieme».
Leo non poté trattenere un sorriso spontaneo. Quelle semplici parole lo avevano reso contento. Non sarebbe rimasto solo.

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