Capitolo 7: L'assemblea
Áedán si teneva eretto sul seggio nella sala reale di Alt Clut. Il mal di testa durava ormai da tutta la mattina. Ogni pulsazione nel cranio era una lama che si conficcava dietro agli occhi, ma doveva mostrarsi saldo e forte.
Intorno, i capiclan britanni lo scrutavano con visi duri e diffidenti. Prima avevano invocato il suo aiuto per spodestare il loro stesso re, e ora lo accusavano di aver messo a ferro e fuoco la loro cittadella.
Qualcosa, chiaramente, era sfuggito di mano.
«I termini dell'accordo erano chiari!», tuonò un congiurato dalla barba grigia, la voce incrinata dall'ira. «Non doveva essere arrecato danno né alla popolazione né alla Rocca. E voi l'avete bruciata! Questa razzia rimarrà nella memoria come tra le peggiori avvenute nelle terre di Prydein!».
Un boato di voci e di insulti approvò quelle parole.
La verità era che Áedán trovava patetici quei capiclan e le loro proteste. Si atteggiavano ora a giudici inflessibili, ma erano gli stessi che avevano implorato l'intervento straniero per regolare le loro faide. Serrò i pugni, le nocche sbiancate: se fosse dipeso da lui, li avrebbe fatti giustiziare tutti e avrebbe ridotto la sala al silenzio. Ma era stato re Conall a tracciare il piano: Áedán doveva adeguarsi al suo comando e rispettare i patti concordati con i congiurati britanni.
Le trattative erano durate tutta la mattinata. I congiurati avevano indicato come loro nuovo capo Neiton map Guipno, e ciò sorprese Áedán: benché cugino del deposto Tutgual, Neiton era molto giovane, appena poco più che ventenne. Il loro argomento era che suo padre, Guipno, fosse stato un tempo re della Rocca, e che quindi Neiton non avrebbe fatto altro che raccogliere la sua eredità di primogenito.
Áedán non ricordava che Guipno fosse stato guletic di Alt Clut; forse era stato reggente durante una temporanea assenza del sovrano in carica, che a quel tempo era Clinoch, il padre di Tutgual.
Ma che importava a lui? Ai suoi occhi quelle dispute non erano che miserabili schermaglie, e non aveva alcuna intenzione di lasciarsi invischiare nelle beghe genealogiche dei clan britanni.
«Áedán!», tuonò d'un tratto uno dei presenti, levando la voce sopra il mormorio dell'assemblea. «Da questo giorno il tuo nome sarà ricordato tra i Britanni come quello di Áedán il Traditore!».
Il leader dalriado trasalì a quell'oltraggio. Fino a quel momento i toni erano stati accesi, ma mai così insolenti.
Stava per replicare, ma il giovane che aveva parlato incalzò: «Sono Cynan map Deigr, e accuso apertamente te e i tuoi guerrieri di aver voluto deliberatamente distruggere la Rocca! Prima di concludere qualsiasi trattativa, dobbiamo sapere chi e come ha appiccato gli incendi!».
Cynan, figlio di Deigr...
Quel nome non era nuovo ad Áedán. Deigr, fratello di sua madre come Guipno e Clinoch, era morto di recente in una spedizione contro i Meati. Dunque il giovane che lo accusava era un altro dei suoi cugini britanni, il ramo materno della sua stirpe, quello che apparteneva al nemico.
«La tracotanza di voi dalriadi» — urlava Cynan, sputando il nome con disprezzo — «distrugge sul nascere ogni possibile accordo! Non siamo tenuti a rispettare i termini, se i responsabili degli incendi non verranno consegnati!».
Parole dure, che caddero come pietre: subito si levò nella sala un coro confuso di voci che davano l'una sull'altra, segno che nemmeno tutti i britanni condividevano una posizione così estrema.
Nella grande sala crebbe la confusione. Mentre alcuni tentavano inutilmente di riportare la calma, Áedán, sul suo seggio, riandò con la mente ai drammatici eventi della notte.
Durante l'avvicinamento ad Alt Clut in barca, il cielo, velato a tratti, lasciava filtrare la luce della luna piena sulle acque dell'estuario. L'inviato britanno dal volto sfigurato era salito a bordo per guidarli nella navigazione; grazie alla sua conoscenza di quelle coste, l'approdo era avvenuto senza difficoltà, poco distante dalla Rocca.
I congiurati erano riusciti a corrompere le sentinelle poste di guardia ai bastioni esterni. Così, quando i guerrieri dalriadi erano giunti alla palizzata, il portale d'ingresso si era spalancato senza opporre resistenza.
Gli uomini di Áedán non avevano avuto bisogno di torce — la luce della luna rischiarava il cammino — e avevano scalato il fianco della rocca indisturbati. Soltanto alla sella pianeggiante che separava le due cime, avevano infine trovato la resistenza delle guardie di Alt Clut, alle quali si era poi aggiunto il corpo di guardia reale. Ne era scaturita una feroce battaglia illuminata soltanto dal chiarore lunare e da poche torce tremolanti. Dai bastioni più alti una pioggia di frecce e giavellotti si era abbattuta su di loro, provocando morti e feriti. Prima che i guerrieri riuscissero a forzare il portone che dava sull'ultima gradinata verso la sommità, dove sorgevano i quartieri reali, diversi corpi giacevano già a terra. Lo stesso Áedán era stato colpito da una lancia alla testa: l'elmo aveva parato l'urto e lo aveva salvato, ma l'impatto lo aveva lasciato stordito e dolorante a lungo.
Una volta raggiunta la cima, infuriò un feroce corpo a corpo contro la guardia reale e i membri del clan di re Tutgual, inclusi i suoi famigliari più stretti.
Áedán aveva ancora impressa negli occhi l'immagine della sua spada grondante sangue.
La famiglia reale era stata decimata.
Tutgual stesso, nonostante l'età avanzata, era caduto con la spada in pugno; accanto a lui giacevano le sue guardie più fedeli. Poco distante erano stati uccisi suo fratello e braccio destro, Serwan, e due dei suoi figli. Un terzo, Riderch, era svanito senza lasciare traccia, e con lui la sua famiglia.
Di Morcant, il primogenito di Tutgual, qualcuno disse che il volto fosse talmente sfigurato da risultare irriconoscibile; ma poiché il cadavere indossava gli stessi abiti con cui lo si era visto combattere poco prima, fu convenuto che fosse lui.
Quanto alle donne e ai bambini del clan, almeno quelli di alto rango, erano stati risparmiati e consegnati ai nuovi padroni di Alt Clut: a loro spettava decidere se risparmiarli o ridurli in schiavitù.
Quelle immagini non gli davano tregua. I corpi riversi, il silenzio dopo il clangore delle spade. E tra tutto, un pensiero lo trafisse: Guenfron, la sua amata moglie. Prima della partenza da Dún Att, ella lo aveva supplicato di fare ogni cosa per evitare che la sorte della sua famiglia finisse in sangue. Egli le aveva promesso che avrebbe fatto il possibile. Ma, alla fine dei conti, era soltanto uno strumento agli ordini di re Conall, per quanto li detestasse. Era riuscito a limitare l'enorme danno? Forse. Lo sperava. Ma quanto serviva illudersi, se la colpa lo mordeva lo stesso?
Una fitta improvvisa, più forte delle altre, gli trafisse le tempie. Le mani strinsero il seggio, come a trattenere non solo il dolore che gli dilaniava la testa, ma quello che gli bruciava dentro.
Al di là di tutto ciò, un pressante dilemma andava risolto ora, per sbloccare le trattative: di chi era la responsabilità dell'incendio? Non lassù, sulla cima, dove lui combatteva — lì non c'era stato alcun fuoco. Le fiamme erano divampate più in basso, nelle retrovie e ai piedi della Rocca.
«Ora basta!».
La voce di Rónán, comandante dei guerrieri dalriadi, riportò Áedán bruscamente al presente. L'uomo stava ritto accanto a lui, saldo come una lancia.
Áedán gli aveva raccomandato di lasciar sfogare i britanni con le loro rimostranze, ma il tono di Cynan e il tumulto che ne era seguito avevano spinto Rónán a intervenire.
Tanto meglio, pensò Áedán: il dolore alla testa non cessava di aumentare, e desiderava soltanto che quell'assemblea giungesse presto alla fine.
Il suo comandante lo guardò, come per chiedere il permesso di parlare, e Áedán annuì.
«Se avrete la decenza di fare silenzio e ascoltare, vi dirò ciò che ho appreso riguardo l'incendio». Rónán era forse l'unico, o tra i pochissimi nella banda di guerrieri di Áedán, a conoscere con sufficiente scioltezza la lingua dei Britanni.
Neiton alzò la mano per quietare i mormorii, e nella sala calò nuovamente il silenzio. Áedán notò che quello era già un gesto da leader rispettato.
«Ieri notte», proseguì Rónán, «entrammo alla base della Rocca senza colpo ferire, e tutto stava andando secondo i piani, fino a quando raggiungemmo la sella. Fu allora che dai bastioni più in alto si abbatté su di noi una grandinata di frecce. Alcune erano infuocate, e inevitabilmente finirono per incendiare i tetti di qualche capanna. Le fiamme cominciarono a propagarsi dopo che noi eravamo già passati oltre. Per quanto riguarda i fuochi ai piedi della Rocca, non so come si siano innescati; ma vi ricordo che a quel punto noi dalriadi eravamo già tutti sulla sommità!».
Cynan, rosso in viso, stava per replicare. Ma allora Áedán comprese che la scelta di Neiton come loro capo non dipendeva solo dal sangue: il giovane leader fece un passo avanti, posò la mano sulla spalla di Cynan e lo zittì con quel solo gesto.
«Il comandante dalriado dice il vero», dichiarò Neiton a voce ferma. «Furono le guardie di Tutgual a scagliare frecce infuocate dalla sommità: gli stessi che hanno trovato la morte insieme al clan del loro signore. E hanno già pagato con la vita il disastro che essi stessi hanno provocato alla loro cittadella».
Neiton sapeva essere diplomatico, dunque. Ciò era molto positivo, nella prospettiva di raggiungere un accordo.
Ma il giovane britanno non aveva finito di parlare: «C'è tuttavia qualcosa di cui non abbiamo ancora discusso. Poco fa ho ricevuto la conferma dai nostri informatori che Riderch, sua moglie e i suoi figli non sono stati trovati in alcun dove sulla Rocca. Ciò costituisce un grave problema».
Neiton fissò gli occhi in faccia ad Áedán e il tono della sua voce si fece più duro: «Ricordatevi che uno dei termini è che l'intera famiglia ristretta di Tutgual venga catturata e messa nelle condizioni di non nuocere per sempre, in un modo o nell'altro. Finché Riderch non verrà trovato, l'accordo tra noi sulla situazione di Alt Clut rimarrà a rischio».
I britanni annuirono rumorosamente alle parole del loro leader.
«Invierò immediatamente», proseguì Neiton, «emissari ai quattro angoli del regno, e anche oltre i confini, per rintracciare il fuggitivo. Ma, per il bene delle trattative, voglio credere che anche voi farete la vostra parte, comandante Áedán».
Una fitta acuta trafisse ancora il cranio di Áedán. All'improvviso realizzò che non si trattava di un semplice mal di testa: il dolore pulsava dal punto in cui la lancia lo aveva colpito sull'elmo. Nella concitazione della battaglia non aveva sentito nulla, ma ora il dolore stava montando come una marea, minacciando di strappargli via la lucidità proprio mentre le parole di Neiton reclamavano la sua attenzione.
Si protese verso Rónán, sussurrando a denti stretti: «È ora di andare». E gli fece cenno di annunciarlo all'assemblea.
Rónán annuì, quindi si rivolse ai britanni: «Abbiamo discusso tutte le questioni in ballo. Ora il comandante Áedán si ritirerà e deciderà quali decisioni prendere nell'immediato».
Un brusìo di disapprovazione si alzò dalla sala, ma Neiton alzò una mano, imponendo ai suoi il silenzio. «Comandante Áedán mac Gabráin», pronunciò seccamente il capo dei congiurati, «confidiamo che tutti i termini che avevamo concordato verranno rispettati. Ci aggiorneremo domani».
Áedán annuì, e fece per alzarsi. L'assemblea era conclusa.
Ma non appena fu in piedi, una vertigine lo assalì come un fiume in piena. Le tempie gli martellavano, un ronzio gli riempì gli orecchi, e le gambe gli parvero di piombo.
Si avviò verso l'uscita, scortato da Rónán e dalle sue guardie, ma dopo pochi passi un improvviso mancamento lo fece vacillare.
Non posso crollare ora, devo resistere, devo...
Quello fu il suo ultimo pensiero, poi la sala gli roteò attorno e il pavimento gli venne addosso vertiginosamente. E tutto fu buio.
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