Capitolo 12: Rivelazione

Intento a ricopiare la Confessio del venerato vescovo Patrizio, Luciano intinse ancora una volta la penna nel calamaio.
La mano gli restò per un attimo sospesa a mezz'aria, rallentata da un pensiero.
Da un anno viveva ormai all'abbazia di Ioua — o Hy, come la chiamavano i nativi — eppure ogni giorno gli pareva di scoprire un mondo nuovo. Nulla, in quel remoto lembo di terra battuto dai venti, assomigliava a ciò che aveva conosciuto al Vivarium.
La cella che gli era stata assegnata sorgeva su un pendio esposto al sole del mattino. Non era che una piccola capanna di legno e torba, col tetto basso e affumicato, costruita secondo l’uso locale. All’interno regnava una penombra costante: la luce entrava solo da una fessura tra le travi, sufficiente però a illuminare il banco di legno grezzo su cui Luciano lavorava. Era un luogo povero, ma in quello spazio angusto Luciano sentiva di trovarsi più vicino a Dio che nella comoda abitazione dove aveva passato l'infanzia.
Anche gli strumenti erano diversi da quelli cui era abituato. A Ioua si scriveva con penne d'uccello, tagliate con mano paziente, non con i calami di canna che un tempo gli erano così familiari; e la pergamena, ruvida sotto le dita, aveva preso il posto dei lisci rotoli di papiro.
Persino la scrittura, lì, sembrava possedere un'anima diversa: talvolta i monaci tracciavano la prima lettera del testo più grande, quasi fosse un'immagine sacra che dava vita alle altre parole. Per ottenere quell'effetto, le punte delle penne non erano appuntite, ma tagliate obliquamente, così che, a seconda del tratto, l'inchiostro lasciasse segni ora sottili, ora più spessi. Luciano si sforzava di imparare quella tecnica, ma la sua mano esitava ancora.

Alla fine, frate Luciano e frate Leo avevano deciso di fermarsi un anno o due a Ioua, invece che al monastero di Bennchor. La forte personalità dell'abate Columba e la fornitissima raccolta di pergamene avevano convinto i due monaci a trattenersi in quel luogo ben più a lungo del previsto. Inoltre Luciano, grazie alla padronanza del latino — sua lingua materna —, era stato scelto da Columba come scrivano di fiducia. Era la prima volta che a Luciano capitava di vivere accanto a una persona di tale cultura e di tal tempra, e aveva l'impressione di arricchirsi interiormente ogni giorno. Certo, al Vivarium aveva conosciuto Cassiodoro, ma questi era rimasto una figura distante, che non frequentava quotidianamente.
Luciano era stato incaricato anche di insegnare il latino ad alcuni giovani inviati all'abbazia di Ioua per ricevere un'istruzione. Tra questi, egli era rimasto colpito dall'intelligenza e dalla prontezza di spirito di un bambino di appena otto o nove anni, Artúr, figlio di una delle famiglie di rango della Dál Riata.
Anche frate Leo si era fermato a Ioua, ma dal canto suo aveva preferito unirsi alle spedizioni di alcuni monaci verso le terre selvagge dell'interno. A quanto pareva, vasti erano i territori non ancora convertiti, popolati da genti che non conoscevano Dio — non il vero Dio, quantomeno. Quindi spettava ai missionari di Ioua evangelizzare le popolazioni di quelle regioni. Si trattava di un compito che faceva tremare fra Luciano al solo pensiero, ma evidentemente frate Leo si sentiva portato verso quel tipo di vocazione missionaria.

Dei passi si avvicinarono all'uscio, interrompendo i suoi pensieri.
«È permesso?» chiese una voce familiare.
Luciano si alzò di scatto e corse ad aprire. «Frate Leo! Che il vento mi porti!», esclamò. «Siete già tornati? Pensavo foste ancora in missione!».
Con un sorriso stanco, il suo compagno di viaggio gli strinse le braccia in un abbraccio. «Siamo appena arrivati», disse. «Ho pensato di passare a salutarti prima di andare a riposare».
«Siediti, siediti un attimo» lo invitò Luciano, porgendogli uno sgabello. «Com'è andata? Raccontami un po'».
«È stato... un girovagare lungo e stancante, ma molto illuminante, direi» rispose frate Leo, accettando di sedersi. Il suo viso era bruciato dal sole, e le rughe ai lati degli occhi parevano più marcate di quanto Luciano le ricordasse.
«Ho sentito che oltre i confini della Dál Riata, all'interno, ci sono terre selvagge con genti che parlano un linguaggio incomprensibile. È così?» chiese il giovane monaco, incuriosito.
«Beh, riguardo al linguaggio sì, concordo», sorrise frate Leo. «Ma per il resto, rimarresti sorpreso. Sì, sono terre selvagge, ma di una bellezza affascinante, da togliere il fiato. E quelle popolazioni... sono così diverse da noi, e al contempo simili: hanno le loro tribù, i loro forti sulle colline, un'organizzazione sociale con la spartizione delle mansioni tra loro. Gli altri monaci li chiamano Pitti, perché dicono che hanno l'usanza di dipingersi il corpo, soprattutto quando sono sul piede di guerra. Io, francamente, non ne ho visti col corpo dipinto, ma ho notato che diversi — e stranamente anche gente libera, non schiavi — avevano tatuaggi. In ogni caso ci hanno accolti benevolmente, con una curiosità negli occhi che mi ha fatto sentire come se condividessimo il modo di vedere il mondo, nonostante tutto». Pur con la voce stanca, frate Leo parlava di getto, quasi con entusiasmo.
«Ma... sono miscredenti» disse fra Luciano, perplesso.
Frate Leo lo osservò con uno strano sguardo. «Fra Luciano», disse stancamente, quasi riluttante, ma con uno dei suoi sorrisi enigmatici sul volto, «nonostante abbiamo percorso un lungo viaggio assieme e abbiamo condiviso così tanto, mi rendo conto che non abbiamo mai parlato di noi stessi l'uno con l'altro».
«Di noi stessi? Cosa intendi?».

Frate Leo si fece serio, sembrò all'improvviso come a disagio. Poi, con un sospiro, rispose: «Pensavo di andare a riposare ma, beh... Dopo quasi un anno e mezzo che ci frequentiamo da vicino, meriti di sapere... Da dove cominciare? Lasciami cominciare dall'inizio».
Luciano rimase scosso, quasi spaventato, dal tono di frate Leo, ma annuì per lasciarlo proseguire.
«Nacqui in un povero villaggio semiabbandonato, che in tempi passati era stata una prospera cittadina, ma poi aveva subìto le devastazioni delle incursioni dei barbari». Frate Leo si passò una mano sulla fronte, come se gli pesasse ricordare. «La mia famiglia non era cristiana, come non lo erano molte nel villaggio. I miei erano poveri contadini che tiravano a campare con molti figli, come gran parte della gente che viveva là. Anche il mio destino sarebbe dovuto essere quello, tra contadini che vivevano di stenti; oppure sarei potuto morire in una delle guerre che ogni tanto insanguinavano quelle terre — ricordo ancora quando l'esercito di Baduila attraversò il nostro villaggio. Invece, la mia vita prese una piega diversa».
Perché mi sta raccontando tutto questo? Luciano non riusciva a capire. Ma, preso ormai dalla curiosità, continuò ad ascoltare frate Leo.
«Proprio intorno agli anni in cui io nascevo, erano giunti al nostro villaggio l'abate Benedetto e i suoi monaci, e avevano eretto un'abbazia sulla cima di un'altura dove fino ad allora qualcuno ancora venerava gli antichi dèi. Quando ebbi otto o nove anni, i miei genitori mi mandarono con altri due miei fratelli a vivere all'abbazia. Avendo dieci figli, non potevano sostentarci tutti, perciò decisero di mandare via noi tre, i più giovani, così che almeno potessimo ricevere un'istruzione dai monaci. Padre Benedetto ci accolse come pueri oblati, giovani offerti all'abbazia per essere votati alla vita monastica. All'inizio andò benissimo: i monaci avevano cibo a sufficienza per tutti, grazie ai loro orti e alle capre e galline, e io non avevo mai mangiato meglio di allora. Ma col passare degli anni, la vita all'abbazia divenne sempre più scandita da regole e doveri, anche per noi oblati. Padre Benedetto aveva scritto una vera e propria Regola di vita, alla quale i suoi monaci dovevano attenersi, tra preghiera e lavoro. A differenza dei miei due fratelli, però, io non mi riconoscevo in quella vita. Avevo raggiunto un'età, verso i quindici anni, in cui volevo vedere com'era fatto il mondo, non rimanere chiuso tra delle mura. Ne parlai più volte con lo stesso abate Benedetto, che infine mi concesse, se davvero era ciò che desideravo, di lasciare l'abbazia».

«Davvero?» fece Luciano d'impulso, senza riuscire a trattenersi.

Frate Leo fece una pausa per riprendere fiato, poi, con un sorriso triste, riprese: «Non volli tornare alla mia famiglia; mi misi a girovagare tra i boschi, inizialmente cibandomi di bacche e dei frutti che trovavo, poi prestando il mio aiuto come garzone in qualche casupola o villaggio, dove mi ripagavano con vitto e alloggio per qualche giorno. Anno dopo anno vagai per l'Italia, in posti sempre diversi, facendo ogni volta nuove esperienze; e più ne facevo, più cresceva in me la voglia di conoscere ancora di più».

Fra Luciano stentava a credere a ciò che stava ascoltando. Aveva sempre avuto di frate Leo un'idea completamente diversa.
«Quando giunsi al Vivarium ero già un uomo fatto», continuò questi. «Ero arrivato là quasi per caso, ma quando vidi quanta conoscenza custodisse quel luogo, ne rimasi rapito. In me rinacque il desiderio di imparare ciò che i confratelli trascrivevano. Avevo appreso a leggere e a scrivere da ragazzo, all'abbazia di padre Benedetto, e se c'era una cosa che mi mancava di quei tempi erano le storie racchiuse nei testi scritti. Al Vivarium, lo stesso Cassiodoro mi spiegò che nei rotoli di papiro era custodita la sapienza di secoli: non solo quella dei padri della Chiesa, ma anche dei grandi filosofi, poeti e scienziati dei tempi antichi. Fu come scoprire la sorgente stessa del sapere, quella a cui avevo inconsciamente aspirato negli anni trascorsi vagando di luogo in luogo. Così decisi di restare, e ben presto mi appassionai ad aiutare Cassiodoro nella sua opera di trascrizione e conservazione».
Mentre parlava, negli occhi di frate Leo ardeva una luce viva. Ma qualcosa non tornava. Non aveva ancora menzionato la fede, né Dio. Ciò cominciava a inquietare fra Luciano.

«Non presi mai i voti, né Cassiodoro lo richiese. D'altronde egli stesso, come sai, non è monaco, e non lo erano diversi altri confratelli, negli anni in cui arrivai al Vivarium».
Quella rivelazione colpì fra Luciano come uno schiaffo in volto. «Mi stai dicendo che non hai mai preso i voti?! Ma perché non me lo hai mai detto prima? Per tutto questo tempo ho pensato che tu fossi un monaco!...».
Frate Leo — o forse ormai soltanto Leo — si mosse a disagio sullo sgabello.
«Vedi, mio caro fra Luciano... dirti ciò avrebbe comportato rivelarti qualcosa di più... profondo. E non volevo che durante il nostro viaggio sorgessero incomprensioni tra noi, dopo il buon rapporto che avevamo instaurato».
«Rivelarmi cosa?» chiese a bruciapelo fra Luciano. Non sapeva più cosa aspettarsi ormai.

Leo abbassò lo sguardo, come chi misura bene le parole prima di pronunciarle.
«Qualcosa che Cassiodoro sapeva di me. E che, bada bene, ho fatto sapere anche a padre Columba, il quale ha avuto la bontà di accettarmi ugualmente. Qualcosa che agli occhi di molti mi farebbe apparire come un empio, o forse un folle. Ma io non riesco a fingere di credere ciò a cui non credo».
Luciano lo fissava, immobile.
Leo inspirò lentamente.
«Io non vedo la mano di Dio nelle cose del mondo, fra Luciano. Non la vedo nelle guerre, né nei raccolti, né nei destini degli uomini. Vedo invece la materia che si trasforma, la vita che nasce e si consuma, e il pensiero dell'uomo che tenta di comprenderla. Forse esisterà un Creatore, ma ciò che io vedo è la natura stessa, che ci genera e ci distrugge, e non un Essere che ascolta o interviene».
Luciano impallidì e si sentì mancare le forze. «Vuoi dire... che non credi in Dio?», riuscì a mormorare, con voce rotta.
«Credo che, se Dio esiste, allora forse si manifesta nella nostra comprensione del mondo, non nei miracoli o nelle preghiere».
A Luciano tremavano le gambe. Si appoggiò al suo desco per non cadere, urtando il calamaio che per poco non si rovesciò.
«E padre Columba sa tutto questo?» chiese infine, quasi sussurrando.
Leo annuì, con un sorriso triste: «Sì, e non mi ha cacciato. Mi ha detto che mentre per alcuni la fede passa per la luce, altri la devono trovare attraversando la notte. Immagino che io sia tra quelli».

Il silenzio si fece palpabile, rotto soltanto dal fruscio del vento contro le pareti di legno.
Fra Luciano tremava. Tutto d'un tratto venne investito dalla consapevolezza che l'uomo dinanzi a lui non fosse il compagno di viaggio che conosceva o che credeva di conoscere, ma un estraneo o peggio, qualcosa di oscuro cui non sapeva dare un nome.
La capanna gli parve troppo stretta, l'aria troppo pesante.
«Esci» mormorò, con voce scossa.
Leo lo fissò, accennando uno di quei suoi sorrisi indecifrabili.
«Esci di qui!» gridò allora fra Luciano, la disperazione che gli montava in gola come un singhiozzo, mentre il cuore gli batteva all'impazzata togliendogli il respiro.
L'altro si alzò lentamente dallo sgabello, che scricchiolò leggermente, e fece per avviarsi.

Proprio in quel momento una voce affannata si affacciò all'uscio. «Frate Lukiano! Frate Lukiano!».
Luciano, già coi nervi a fior di pelle, urlò: «Chi è?!».
Era fra Baithéne, che in un latino stentato e con il fiato corto rispose: «Padre Colmcille te vole presso lui... Armati sono dentro l'abbazia!».
Quell'affermazione bastò per riportare Luciano alla realtà. Un'irruzione armata? Ma cosa stava accadendo?
«Andiamo», disse a fra Baithéne, evitando di guardare Leo mentre usciva.

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