Capitolo 22: Ambasceria
Il vento batteva contro le pareti di legno e terra dell’abbazia come una mano ostinata. Da giorni il cielo sopra Ioua non mostrava che nubi basse e livide, e il sole appariva appena, come una candela che si sta per spegnere.
Luciano, seduto vicino al fuoco nella cella di padre Columba, teneva le mani aperte verso le fiamme, ma il calore sembrava non penetrare davvero nelle ossa.
Si trovava nella cella dell'abate per vergare sotto dettatura una lettera destinata a padre Comgall del monastero di Bennchor, in Hibernia.
Padre Columba aveva già terminato la sua dettatura e stava rileggendo in silenzio il testo appena scritto da Luciano.
Al giovane monaco tornarono in mente gli inverni della sua terra natìa, i Bruttii: il cielo limpido, il sole tiepido persino a dicembre, il profumo degli olivi.
Era il secondo inverno che Luciano passava a Ioua. Su quell’isola estrema il freddo era umido, penetrante: saliva dal mare e si insinuava tra le vesti, tra le pareti.
Nelle giornate più fredde e scure, i colori e i suoni venivano come divorati dall'inverno.
Perfino le preghiere dei confratelli suonavano più sommesse, quasi soffocate dalla nebbia o dal vento.
Luciano ripensò alla liturgia del Natale celebrata pochi giorni prima. I monaci di Ioua avevano vegliato nella notte lunga, recitando salmi alla luce tremolante delle lampade. Columba aveva parlato della Nascita del Signore non come di una festa lieta e rumorosa — quale Luciano ricordava nei suoi ricordi d'infanzia — ma come del mistero dell’Incarnazione: Dio fatto bambino, venuto tra gli uomini per caricarsi del peso dei loro peccati.
Ma tali liturgie non erano più una novità per Luciano: era già il secondo Natale che egli passava a Ioua.
Per la verità, il giovane monaco soffriva sempre più la lontananza dall'Italia.
La vita di Ioua gli era diventata familiare: le abitudini dei confratelli monaci, il loro ostico linguaggio nativo, il gusto aspro dell’avena e del pesce secco, il suono del mare durante la preghiera notturna, il vento inclemente che sferzava l'isola; soprattutto il clima, quasi sempre nuvoloso e piovoso, e freddo.
Era certamente il luogo ideale per una vita ascetica, così come desideravano padre Columba e i suoi monaci.
Ma Luciano non era giunto lì per cercare la solitudine degli eremiti.
Era stato Leo, quasi due anni prima, a convincerlo a intraprendere la traversata dalle coste dell'Hibernia all'isola di Ioua per scambiare manoscritti perfino con la sperduta abbazia di padre Columba, adempiendo così alle direttive affidate loro da Cassiodoro: consegnare manoscritti del Vivarium ai monasteri di quel mondo così lontano, e raccogliere in cambio pergamene da portare in Italia.
Luciano sentiva che il tempo per ripartire e fare rotta verso l'Italia, verso il Vivarium, si avvicinava. Forse, una volta terminato l'inverno. Ma Leo se ne era andato: il suo compagno di viaggio che egli aveva scoperto, con profondo turbamento, non essere monaco e non avere nemmeno il comune dono della fede, aveva lasciato l'isola ormai sei mesi prima, in un impeto improvviso, quando senza alcun motivo si era unito a dei britanni diretti verso la terraferma. Lo avrebbe mai più rivisto? Ne dubitava.
«Luciano?». La voce di padre Columba lo riscosse dai suoi pensieri.
«Perdonami, padre, mi ero distratto», fece il giovane con tono di scusa.
«Dimmi», gli rispose l'abate, «è da un bel po' che pensi spesso alla tua terra natìa, non è così?».
«Come lo sai, padre?», chiese Luciano, stupito.
«Non mi è difficile immaginare che vivere in quest'isola, così remota soprattutto dalla tua Italia, cominci a pesare su di te».
Luciano non voleva ammetterlo, e chinò il capo. Il suo silenzio valeva più di qualunque risposta.
«Ti ho riferito, caro frate Luciano, dell'epistola che ho ricevuto un mese fa dal tuo abate Cassiodoro», riprese padre Columba. «Ciò che non ti ho ancora detto è che in quella lettera egli menziona anche il fatto che, al termine di questo inverno, si compiranno due anni dal tuo arrivo qui. E che quello era il termine stabilito per la missione tua e del tuo compagno Leo; dopodiché, sarebbe stato previsto il vostro ritorno in Italia».
Padre Columba rimase in silenzio, in attesa di una reazione del suo interlocutore.
Luciano respirò a fondo. «Padre», disse, «mi hai letto perfettamente nell'anima. È vero che i miei pensieri mi portano spesso alla mia terra, e me ne vergogno perché ciò mi distrae dalla preghiera».
«Non ti biasimo, frate Luciano, se senti la lontananza dai tuoi luoghi di origine», rispose padre Columba.
Luciano rimase molto stupito. Era convinto che l'abate lo avrebbe rimproverato perché era peccato distrarsi dalla preghiera a Dio per pensare alla propria famiglia terrena.
«Ma c'è anche qualcos'altro che occupa i miei pensieri...», continuò Luciano. «Leo... Padre Columba, tu sapevi?».
L'abate annuì sommessamente, con uno sguardo grave: «Sì, frate Luciano, me lo disse egli stesso non appena decideste di rimanere qui per un lungo periodo». Columba sospirò: «Leo è un'anima tormentata. È alla ricerca di Dio nel mondo, anziché dentro se stesso. Il fatto che abbia intrapreso il vostro lunghissimo viaggio dall'Italia fin qui... Tu lo hai fatto per fede e per obbedienza nei confronti del tuo abate Cassiodoro, ma Leo... credo che lui lo abbia fatto per un'inquietudine interiore, perché era alla ricerca dell'afflato divino che non riusciva a trovare altrove».
«E quindi tu l'hai accolto alla tua abbazia sperando che trovasse la presenza di Dio qui?», chiese Luciano.
«Non sperando», lo corresse l'abate, «ma con la convinzione che la troverà. Vedi, ora il tuo amico Leo ha lasciato Ioua, ma l'ha lasciata per unirsi a due santi monaci, Serf e Mungo, che io conosco come due tra le più sante persone in Britannia. Sono sicuro che Leo, senza saperlo, è guidato dalla mano di Dio».
A Luciano si spalancarono gli occhi. Con due semplici frasi, padre Columba gli stava facendo capire ciò che egli non era riuscito a spiegarsi in tutti quei mesi.
«Padre... ciò che mi dici mi dà tanto sollievo... ma al medesimo tempo mi mette in ambasce. Perché se al termine dell'inverno io dovessi ripartire per tornare in Italia, che ne sarà di Leo? Eravamo giunti qui col proposito di tornare insieme, ma ora chissà dove è finito...».
Le guance barbute di Columba si piegarono in una sorta di sorriso: «Se è la sorte di Leo che ora ti sta a cuore, non devi preoccuparti di dove sarà finito: so dove Serf e Mungo erano diretti e non mi dovrebbe essere difficile mettermi in contatto con loro».
Qualcuno bussò all'uscio. Questa volta non si trattava del vento.
«Entra!» disse Columba in tono imperioso.
Era fra Baithéne: «Padre, è giunto re Conall con il suo seguito», disse in tono concitato.
L'abate alzò un cespuglioso sopracciglio: «È venuto senza farsi annunciare questa volta. Inusuale». Poi, alzandosi, aggiunse: «Fra Luciano, la lettera a padre Comgall va bene così. La spediremo più tardi, ora andiamo a sentire il motivo della visita di re Conall».
I tre monaci si tirarono sul capo il cappuccio e, stringendosi nel pesante saio, uscirono incontro al vento gelido.
Conall li attendeva nella sala comunitaria che fungeva da refettorio per i monaci. Dentro c'era un piacevole tepore.
Davanti al re e al suo seguito, seduti alla tavola di assi grezze, fumavano scodelle di zuppa di legumi e alcune brocche di idromele caldo, tratto dalla piccola riserva che i monaci serbavano per gli ospiti illustri.
Conall si alzò quando vide padre Columba entrare, e alcuni del suo seguito lo imitarono.
Era la prima volta che Luciano vedeva di persona il re di Dál Riata. Aveva l'aspetto di un guerriero robusto, dai folti baffi ramati. Ma la chioma grigia e una leggera incurvatura delle spalle rivelavano un uomo non più nel fiore degli anni.
Passando dietro la fila di panche, andò incontro all'abate e, con un lieve cenno del capo, gli rivolse la parola: «Salute a te, padre Colmcille».
Columba ricambiò a sua volta con un cenno del capo: «Re Conall», rispose, «tu sia il benvenuto, come sempre, nella nostra abbazia». Quindi aggiunse: «Il Signore vi benedica», mentre impartiva il segno della croce prima a Conall e poi ai suoi uomini. Solo allora alcuni di loro tornarono a sedersi.
Mentre nella sala ricominciava il chiacchierio rumoroso dei commensali, re Conall disse all'abate: «Padre, forse sarai sorpreso perché non mi sono fatto annunciare in anticipo. Mi scuso per la visita imprevista, ma devo parlarti di faccende di estrema importanza e urgenza».
Il brusio nella sala rendeva difficile seguire la conversazione, ma Luciano ormai comprendeva la lingua goidelica con sufficiente sicurezza da non perdere neppure una parola.
«Possiamo appartarci in un angolo della sala anziché sederci alla tavola?», continuò il re. «Preferisco parlarne a tu per tu lontano dal baccano. Chiamerò soltanto mio cugino Áedán e il suo... ospite, visto che riguarda anche loro». E così dicendo, fece un gesto ad Áedán mac Gabráin, che era rimasto alla tavola a sorseggiare idromele. Questi si alzò e li raggiunse, insieme a un uomo che Luciano non aveva mai visto. Aveva il volto gravemente sfregiato: doveva essere rimasto sfigurato forse in battaglia.
Poi Conall lanciò un'occhiata a fra Baithéne e a Luciano, con uno sguardo che raggelò il giovane monaco.
«Possiamo appartarci in quell'angolo», intervenne padre Columba, «ma fra Baithéne e fra Luciano rimarranno accanto a me: il primo è il mio aiutante di fiducia, il secondo è il mio scrivano, che di solito riporta per iscritto quanto accade in incontri importanti».
Re Conall, bofonchiando, annuì.
Fra Baithéne e Luciano andarono a prendere quattro sgabelli, che disposero in un angolo della sala per l'abate, il re, il principe Áedán e l'altro misterioso commensale. Loro due invece rimasero in piedi accanto a padre Columba, ad ascoltare.
Quando i quattro uomini si furono seduti, fu proprio l'abate a parlare per primo: «Dunque, di che si tratta?».
«Artúr», rispose re Conall.
«Ci sono novità?», chiese padre Columba con calma.
Luciano si stupì nel vedere che il nome di Artúr non sembrava aver turbato l'abate. Era pur vero che negli ultimi sei mesi né Conall, né alcuna persona di peso della Dál Riata avevano osato incolpare Columba e i suoi monaci del fatto che il figlio di una delle più importanti famiglie dalriade fosse stato rapito dall'abbazia. Ma quella vicenda continuava a gravare su di loro, e ora re Conall voleva affrontare di nuovo quell'argomento con padre Columba. Dove sarebbe andata a parare la discussione?
«Prima di tutto», rispose Conall, indicando l'uomo dal volto sfregiato, «non sono sicuro se tu conosca Morcant map Tutgual».
«Morken», lo corresse subito questi, con una voce gutturale e in un tono che a Luciano parve quasi aggressivo.
Ora Luciano vide per la prima volta un'espressione sorpresa, quasi confusa, sul volto di Columba.
Dopo un istante, l'abate rispose, quasi titubante: «Mi erano giunte notizie che i principali membri del clan regnante di Alt Clut fossero periti nell'attacco della scorsa estate... incluso il primogenito di re Tutgual».
«Questo è ciò che avevamo dato a credere», rispose Conall. «Ma mio cugino Áedán lo trasse in salvo la notte dell'attacco, e da allora è rimasto a Dún Att, per riprendersi dalle terribili ferite».
«Riesce a parlare in goidelico?», chiese Columba.
«Si», rispose Morken stesso, con decisione.
Re Conall si schiarì la voce e riprese la parola, con tono sbrigativo: «Padre Colmcille, ora ti spiego tutta la situazione. Da ormai sei cicli di luna, Artúr è ancora ostaggio dei Britanni, nel Rheged. Ma abbiamo comunicato via messaggi con colui che lo ha fatto rapire, Riderch map Tutgual. Suo fratello Morc... Morken ha fatto da intermediario».
«Riderch non è più mio fratello», intervenne Morken con voce rauca ma determinata, e col suo accento brittonico. «Ma ho accettato di mettermi in contatto con lui per convincerlo a riconsegnare Artúr a suo padre Áedán. In fondo, Artúr è anche mio nipote».
Columba annuiva lentamente, commentando: «Sì, ero al corrente che la moglie di Áedán è tua sorella, figlia del deceduto Tutgual — pace all'anima sua».
«E quindi», proseguì re Conall, che sembrava voler arrivare al dunque, «abbiamo trovato un accordo con i Britanni. Lasceranno andare Artúr e in cambio io aiuterò Morken a tornare al potere ad Alt Clut. Riderch si è detto soddisfatto se ciò avvenisse».
«Padre Colmcille», intervenne Áedán — era la prima volta che parlava in quella conversazione —, «ovviamente sarebbe mia intenzione che Artúr tornasse alla sua formazione qui all'abbazia, da cui è stato barbaramente sottratto sei lune orsono, ormai. Posso avere il tuo benestare?».
Columba si grattò il mento, pensieroso. «Certamente Artúr sarà il bentornato qui da noi», disse. «Mi chiedo solo, visto che Morken ha appena detto che Riderch non è più suo fratello, come mai Riderch abbia accettato di lasciare Alt Clut a Morken».
Luciano comprese subito la riflessione dell'abate: al momento del rapimento di Artúr, Columba aveva fatto mettere per iscritto la promessa da parte di Riderch di impegnarsi per la fede cristiana qualora fosse diventato tutore del ragazzo, e a evitare ogni spargimento di sangue. Il cambiamento che si prospettava ora rischiava di gettare la situazione nuovamente nel caos e di cancellare ciò che era stato messo per iscritto — da Luciano stesso — pochi mesi prima. E il fatto che Morken sconfessasse apertamente suo fratello apriva lo scenario a molti interrogativi.
«Il motivo è facile da spiegare», rispose Conall, fermando con un gesto della mano Morken che era già pronto a intervenire. «Riderch e la sua famiglia sono lontani da Alt Clut da quasi un anno, mi è stato riferito. Egli non è più realmente al corrente dei dettagli della situazione. E certamente non è al corrente del fatto che Morken... non si sente più vincolato a legami di sangue, dopo che... dopo che sua moglie e i suoi figli sono stati sacrificati agli dèi di Alt Clut».
«Sacrificati?!», esclamò padre Columba a voce alta. «Vuoi dire uccisi?...».
Un brivido corse sulla schiena di Luciano.
Conall annuì. Appariva vagamente a disagio, sotto lo sguardo di Morken, che ora non intendeva più intervenire. Anche Áedán ascoltava in silenzio, a testa bassa.
«Signore, perdono...» mormorò Columba, e recitò sottovoce una preghiera tra sé e sé. Luciano si unì al breve momento di raccoglimento dell'abate, chiudendo gli occhi e raccomandando al Signore le anime di quei poveri innocenti, morti senza aver conosciuto Cristo. Quando riaprì gli occhi vide che fra Baithéne stava facendo lo stesso.
Re Conall e Morken invece guardavano con un misto tra impazienza e imbarazzo, mentre Áedán osservava con uno sguardo di compartecipazione, anche se probabilmente non conosceva alcuna preghiera, non al vero Dio quantomeno.
«Questo», disse Conall riprendendo la parola dopo qualche istante di silenzio, «è uno dei motivi che mi hanno spinto a sostenere Morken. Oltre ovviamente al fatto che è cognato di mio cugino Áedán e quindi, con Morken al potere, il legame tra Dál Riata e Alt Clut sarebbe molto più saldo, rispetto a dover trattare con uomini che si stanno dimostrando dei fanatici inaffidabili».
«Quindi, re Conall, che cosa ti aspetti da me?», chiese padre Columba, andando al sodo.
Conall per un istante sembrò essere preso alla sprovvista dai modi diretti dell'abate.
Poi, rispose: «Bene, padre, vorrei che mettessi per iscritto l'impegno che io e Áedán ci assumiamo di portare Morken al potere ad Alt Clut, e la richiesta a Riderch che egli rispetti il suo impegno di riconsegnare Artúr alla tua abbazia. E vorrei chiederti di inviare un paio dei tuoi monaci a consegnare il messaggio a Cair Ligualid nel Rheged, dove si trovano Riderch e Artúr».
L'abate ponderò in silenzio le parole di Conall.
«Inviare i nostri uomini in territorio britanno», aggiunse Conall, «significherebbe mettere a rischio la loro incolumità e rischiare di peggiorare la situazione invece che giungere a un accordo definitivo».
Padre Columba si toccò la barba, pensieroso, per qualche istante.
«Questo», disse infine, «è un grave onere di cui mi fate carico». Per un istante, Luciano ebbe l'impressione che Columba fosse sul punto di rifiutare. Poi, l'abate continuò: «Ma accetterò questo onere perché auspico che contribuisca a risolvere nel migliore dei modi una brutta situazione».
Luciano lesse sollievo negli occhi dei tre interlocutori.
«Una condizione però pongo», aggiunse Columba: «Che si cerchi di evitare il più possibile altro spargimento di sangue, e che a coloro che chiamate usurpatori venga riservata clemenza, affinché la spirale di violenza non continui come una tempesta irrefrenabile».
Morken sembrò voler intervenire, ma Conall gli pose saldamente una mano sul braccio e lo anticipò: «Padre Colmcille, faremo tutto ciò che è in nostro potere per evitare spargimento di sangue. È una promessa d'onore, da re di Dál Riata».
L'abate non sembrò del tutto persuaso: «In ogni caso, ora metteremo tutto per iscritto, e farò inscrivere anche l'esortazione solenne che la maledizione di Dio cada su coloro che infrangeranno la tua promessa d'onore, re Conall».
Era troppo freddo fuori per muoversi tutti in qualche altra sala, quindi fra Baithéne andò a procurare inchiostro e pergamena. Conall ordinò ai suoi uomini di abbassare il volume del chiacchiericcio, e Luciano si dispose a un tavolo per procedere alla scrittura.
Prima, padre Columba gli dettò — in modo simile a quanto aveva fatto quando Artúr era stato rapito — la descrizione della situazione in cui avveniva l'incontro. Poi, le condizioni alle quali egli accettava di inviare due dei suoi monaci nel Rheged, e infine l'invocazione della punizione divina qualora le condizioni fossero state disattese di proposito.
Quindi, fu il turno di Conall di dettare a Luciano, su una piccola pergamena, il messaggio destinato a Riderch.
All'inizio fu un po' complicato: il documento doveva essere redatto in latino, com'era consuetudine per atti di quel genere, ma Conall ovviamente non lo parlava.
Così, egli dettò in goidelico e Columba tradusse in latino affinché Luciano potesse scrivere.
Il giovane scriba notò che l'abate gli dettava in un latino molto elementare, e capì che lo faceva di proposito, poiché non potevano sapere se a Cair Ligualid ci fosse qualcuno in grado di comprendere un latino troppo ricercato.
Nel documento si affermava che la Dál Riata si impegnava a riportare Morken — che nel messaggio veniva chiamato prudentemente Morcant — al potere ad Alt Clut, in cambio della restituzione di Artúr a suo padre Áedán. Vi venne apposto il sigillo di re Conall (che egli aveva con sé) e, accanto a esso, padre Columba tracciò di suo pugno il segno della croce e il cristogramma, a conferma che il documento era stato redatto all'abbazia di Ioua.
Mentre vergava la lettera, Luciano era inquieto. Qualcosa dentro di sé lo turbava.
Quando infine il documento fu redatto ed egli ebbe appoggiato la penna nel calamo, mentre Columba e gli ospiti si scambiavano altre parole, ebbe d'un tratto ben chiaro ciò che aveva deciso.
Approfittando di un breve momento di silenzio, si rivolse a Columba: «Padre», disse, «mi farebbe piacere se io fossi uno dei monaci inviati in questa ambasceria».
Padre Columba lo osservò. Per la prima volta da quando l'aveva conosciuto, il suo sguardo non era quello dell'abate verso un confratello, ma quello di un padre verso un figlio che sta per intraprendere il proprio cammino.
In quello sguardo, Luciano vide che Columba aveva capito. Aveva capito che Luciano aveva deciso di andare a ritrovare Leo.
L'abate attese qualche istante prima di rispondere. Luciano lesse nei suoi occhi improvvisa tristezza, come se Columba si fosse convinto che molto probabilmente quello sarebbe stato un addio.
Infine, rispose, con voce autorevole ma velata di un tono amaro, come se l'abate pronunciasse quelle parole con fatica: «Certamente, frate Luciano, tu sarai parte dell'ambasceria».
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