Capitolo 21: La visione

L’ingresso della grande sala di Dún Att, dove si tenevano gli incontri più importanti, era sempre sorvegliato.

Ma Maithgen conosceva ogni anfratto delle pareti di legno e frasche di quell'edificio.
Spesso la curiosità la divorava: voleva sapere cosa facesse suo padre durante le riunioni con gli altri capiclan. Così si inventava una scusa per allontanarsi da casa e, di nascosto, si recava sul retro della sala.
Lì — proprio come nella capanna della sua famiglia — aveva scoperto un pertugio da cui poteva udire indisturbata le voci all’interno.
Nello spiazzo sul retro non c’era quasi mai nessuno: solo capre al pascolo tra l’erba selvatica. Nessun occhio indiscreto badava a una ragazzina che si aggirava tra gli animali. Così poteva fermarsi ad ascoltare dal pertugio anche per molto tempo.

Quella era una riunione importante: suo padre Áedán si incontrava con re Conall e con Morcant, suo zio materno, che ora si faceva chiamare Morken.
I genitori di Maithgen avevano ospitato in incognito Morken nella loro casa già da diverso tempo ormai. Maithgen era venuta a conoscenza di tutta la storia: Alt Clut, la rocca da cui proveniva la famiglia di sua mamma, era stata attaccata. Morken era rimasto ferito e suo padre Áedán lo aveva tratto in salvo e lo aveva portato da loro.
Quando lei aveva scoperto che si trattava di suo zio, i suoi genitori le avevano raccomandato con grande insistenza di non dirlo a nessuno, perché zio Morken era lì in incognito.
Poi, una notte, fingendo di dormire, Maithgen aveva udito suo padre e suo zio parlare di suo fratello Artúr, tenuto come ostaggio chissà dove, e di come liberarlo.
Quella riunione con re Conall doveva probabilmente avere a che fare con tutto ciò, e Maithgen doveva assolutamente sapere cosa si sarebbero detti.

Maithgen si accovacciò presso la grande capanna, facendo attenzione a non spaventare le capre che brucavano nello spiazzo. Una di loro alzò appena la testa e la fissò per un momento, poi continuò come se nulla fosse.
Faceva piuttosto freddo: Samain era già stato celebrato e la stagione invernale era ormai iniziata. Non si sarebbe intrattenuta a lungo lì fuori.
La ragazzina si avvicinò alla parete della sala, tastando con le dita tra le frasche e le travi, finché non trovò il piccolo pertugio che conosceva bene. Si chinò e appoggiò l’orecchio.

«E quindi ora mi vieni qui con una richiesta simile... dopo avermi nascosto che ospitavi il principale ostacolo alle nuove relazioni con Alt Clut?». Era la voce di re Conall, e non sembrava per nulla amichevole.
«Come ho spiegato, si trattò di una scelta presa sul momento». Era la voce di suo papà Áedán a parlare ora. «Mi trovavo dinanzi il fratello di mia moglie, ferito, e il dovere coniugale...».
«Sì, sì, me l'hai già detto», lo interruppe re Conall. Sospirò forte. «Ma ora cosa vogliamo fare?».

«Se posso permettermi, re Conall», intervenne zio Morken, «non sono soltanto e necessariamente un ostacolo alle vostre relazioni con Alt Clut: ero l'erede designato al potere sulla Rocca. E posso esservi utile ora come non mai».
Maithgen era ormai familiare con la voce rauca dello zio, ma fu colpita dal tono secco e perentorio con cui egli si era rivolto a re Conall.
«Secondo le tue stesse direttive», continuò Morken, «Áedán dovrebbe mantenere pacificati i confini tra Dál Riata e Alt Clut. Ma ora che suo figlio Artúr è stato preso in ostaggio dagli stessi capi britanni — si dice che ci sia dietro lo stesso re Urbgen del Rheged — il ruolo di Áedán è stato seriamente messo in discussione, e con esso la pace con i Britanni, indipendentemente da chi regni su Alt Clut. Io potrei risolvere il problema, se mi darai fiducia. Potrò fare da mediatore con mio fratello Riderch e convincerlo a lasciar andare Artúr, in cambio della pace tra la Dál Riata e i Britanni: una guerra sarebbe deleteria per Alt Clut, che è già stata devastata, ma anche per il vostro regno, che da ciò che ho appreso è già impegnato in diverse campagne militari».
Un grosso respiro annunciò la voce di re Conall: «Dì la verità, Morken, non è solo la pace tra noi e voi che hai a cuore», disse in tono impaziente.
«Hai ragione», rispose Morken con la sua voce rauca. «Ciò che ti chiedo è semplicemente che, se si dovesse presentare la circostanza in cui io possa sostituire Neiton al potere, tu non ti opponga. E io ti prometto che non solo manterrò intatti gli interessi che Neiton ti sta garantendo, lasciandovi il controllo dei confini e di tutta l'area fino al Manau, ma che, una volta risolta la questione del figlio di Áedán, garantirò la pace tra Britanni e voi Dalriadi, che ora sta vacillando e non durerà a lungo. Oh, e dal momento che tu non vedi di buon occhio le nuove credenze cristiane, voglio rassicurarti, re Conall, sul fatto che ho intenzione di schiacciare la diffusione del cristianesimo ad Alt Clut: non ho mai condiviso la condiscendenza di mio padre nei confronti di quella pericolosa setta».

Un silenzio seguì quel lungo intervento. Maithgen si chiese cosa stesse accadendo all'interno e per un attimo ebbe la vertiginosa impressione che il tempo all'interno della sala si fosse fermato.
Poi, udì infine la voce profonda di re Conall: «Non ho nulla contro lo scenario che mi hai descritto», rispose il re a Morken. «Se si dovessero presentare le condizioni che dici, non mi opporrò alla tua presa del potere. Ma a patto che tu mantenga le promesse che hai fatto ora. In caso contrario, non sarà difficile toglierti di mezzo una volta per tutte: ricordati che ora il tuo potere dipende da noi».
Maithgen rabbrividì a quelle parole così dure e spietate. Forse non avrebbe dovuto udire quella conversazione.

Si scostò dalla fessura e fece per andarsene, ma i brividi non smisero, anzi aumentarono in maniera incontrollabile. Non era il trauma per ciò che aveva appena udito, e non era nemmeno il freddo. Era qualcosa di più grave, che non aveva mai sperimentato prima.
Non fece che due passi prima che i tremori diventassero spasmi. Il respiro le si spezzò in gola.

Il mondo attorno a lei sembrò ovattarsi, come se i suoni venissero inghiottiti uno dopo l'altro. Le capre, il vento, persino l'eco delle voci nella sala... tutto svanì.

Crollò a terra.

Quando riaprì gli occhi, non era più accanto alla grande sala.
Era in un campo aperto.
L'aria era fredda e tagliente. L'erba, alta e scura, si piegava al passaggio di uomini in marcia. Decine e decine di guerrieri avanzavano compatti, gli scudi al braccio e le lance sollevate.
Maithgen, terrorizzata e confusa, non capì come potesse trovarsi lì, così all'improvviso. Si gettò dietro un cespuglio, il cuore in gola.

Urlavano.
All'inizio le sembrò solo un frastuono confuso. Poi le parole presero forma.
«Artúr mac Áedán!».
«Artúr mac Áedán!».
«Artúr mac Áedán!».
Il nome le colpì il petto come un colpo.
Si sporse a sbirciare attraverso le fronde del cespuglio.
In testa alla schiera cavalcava un uomo che indossava un mantello pesante e impugnava in alto una spada dall'elsa bianca. Gli altri lo seguivano come un'onda. Doveva essere un importante capoclan, forse un re.
Maithgen cercò di fissare meglio il suo volto.
E rimase scioccata. Non aveva dubbi: quel comandante era suo fratello Artúr. Ma aveva il viso e il corpo di un uomo, non certo di un bambino! Gli occhi erano gli stessi, ma il volto era duro e segnato, e... adulto.
Maithgen ebbe un capogiro. Il mondo sembrò incrinarsi come una superficie d'acqua disturbata.
Sentì le forze abbandonarla, vacillò, e tutto si fece nero.

Quando riaprì gli occhi, aspirò l'aria con un sussulto violento.
Per un istante non capì dove si trovasse, poi riconobbe a due passi da sé la grande sala di Dún Att.
Il cielo sopra di lei era lo stesso di prima. Il sole, quasi nella stessa posizione. Come se nulla fosse accaduto.
Ma il suo corpo sapeva che non era così. Rimase per un po' immobile a terra, il respiro corto, col cuore che le martellava nelle orecchie.
Chiuse gli occhi un istante per raccogliere le forze, ma fu peggio: l'immagine le tornò alla mente. La schiera di guerrieri, il terreno che tremava... e quel volto.
Non era stato un sogno. L'aveva visto davvero. Un brivido le attraversò la schiena.
Si sollevò. Le gambe le tremavano ancora un poco, ma riuscì a rimettersi in piedi.
Non c'era nessuno lì tra l'erba sul retro della grande capanna. Le uniche testimoni di ciò che le era successo erano le capre. Ma... cosa veramente le era successo?

Si affrettò verso casa, trattenendo a stento le lacrime. Voleva correre da sua madre, dirle tutto, aggrapparsi a lei e sentirsi al sicuro.
Ma come sarebbero state accolte le sue parole?
Non erano ben viste le persone che dicevano di avere visioni — a meno che non fossero druidi, sacerdoti ancora rispettati da tutti.
Ma una ragazzina...?
Aveva sentito le storie. Donne che vedevano cose che gli altri non vedevano. Che parlavano di ciò che doveva ancora accadere.
Maghe.
E le maghe non erano amate. Venivano evitate, temute. A volte cacciate.
Il pensiero la colpì con una forza improvvisa. E se fosse stata una di loro?
Si fermò un istante, il cuore in gola.
Maga Maithgen.
Le sembrò un nome estraneo, sbagliato, pericoloso.

Si mise a correre per liberarsi di quel pensiero. Ma nemmeno la corsa riuscì a toglierle dalla mente ciò che aveva visto.
Perché, da qualche parte dentro di sé, sentiva che le visioni non erano finite. Erano solo cominciate.

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