Capitolo 20: L'ostaggio

«Salve Leo, ti disturbo?», fece Artúr, facendo capolino all'uscio della stanza. Il suo latino stava migliorando giorno dopo giorno, e anche il suo comportamento, insolitamente maturo per un ragazzino di otto anni.

«Certo che no, ti stavo aspettando, Artúr», rispose Leo, sorridendo. «Guarda, poco fa ho ricevuto una missiva da Ioua. L'ha inviata fra Luciano, il tuo precedente tutore».
«Ah davvero! Come sta? Cosa dice?».
«Sta bene, e sai una cosa? Questa lettera mi ha reso molto felice, perché mi riferisce che gli ha scritto Cassiodoro, il nostro vecchio abate in Italia. A quanto pare anch'egli, pur essendo molto anziano, sta piuttosto bene; e anzi, si tiene occupato con la scrittura».
Leo era altrettanto felice per il semplice fatto che fra Luciano gli avesse scritto.
Lo interpretò come un segno che il suo compagno di viaggio dall'Italia, nonostante la scioccante verità emersa nel loro ultimo incontro, tre mesi prima, non gli serbava rancore.
Dopotutto, pensò, Luciano era ancora un giovane di appena diciassette anni e ora si ritrovava da solo in una comunità monastica così lontana dall'Italia, in un mondo tanto diverso dal loro.

Artúr nel frattempo gli chiese: «Quindi... tu prima eri monaco e ora non lo sei più?».
«No, in realtà non lo sono mai stato davvero... Un giorno te lo racconterò con calma».
Leo aveva rivelato ai suoi ospiti, Urbgen e Riderch, di non essere mai stato un monaco cristiano e, con una certa difficoltà, si era tolto anche un altro peso, cercando di spiegare loro quanto faticasse a scorgere la presenza di Dio nel mondo. Quei britanni erano rimasti stupiti che un latino parlasse a quel modo, ma non ne avevano fatto un problema, legati com'erano ancora ai loro dèi pagani.

«Vieni, cominciamo la lezione di oggi», disse ad Artúr. «Dov'eravamo rimasti?».
«Ieri avevamo parlato di... Kikerone?», rispose il ragazzo.
«Cicerone, certo».
Leo era stato incaricato da Riderch di continuare l'istruzione del nipote, bruscamente interrotta quando era stato portato via dall'abbazia di padre Columba su ordine dello stesso Riderch.
Non aveva con sé alcun testo, tranne pochi fogli di pergamena che aveva fatto in tempo a ricopiare di suo pugno durante l'anno di permanenza a Ioua. Quindi doveva improvvisare le lezioni basandosi su ciò che ricordava a mente.
Negli ultimi tre mesi di permanenza a Cair Ligualid, Leo si era più volte chiesto quale fosse il suo destino, dopo aver abbandonato Ioua e fra Luciano in modo quasi rocambolesco e senza alcun piano. Doveva ritornare a Ioua e portare a termine la missione affidatagli da Cassiodoro? Senz'altro era la cosa più ragionevole da fare, ma il medesimo istinto che lo aveva spinto a lasciare Ioua lo aveva trattenuto per tre mesi a Cair Ligualid, a fare da tutore di latino a un fanciullo nobile britanno, o dalriado che fosse. Era stata indolenza la sua? O forse una profonda indecisione su dove dirigere i successivi passi della sua vita?
Ora che aveva ricevuto la lettera da fra Luciano, Leo si sentiva però molto più sereno. Forse si avvicinava il momento di decidere di tornare a Ioua.

«Il tuo vecchio abate Cassiodoro conobbe Cicerone?», gli chiese Artúr, con l'ingenuità tipica della sua età, interrompendo i suoi pensieri.
Leo sorrise. «Per quanto Cassiodoro sia anziano, no. Cicerone visse sei secoli fa, Artúr».
Il ragazzo sbarrò gli occhi, come se gli fosse impossibile immaginare che si potessero contare gli anni di eventi così lontani. I Britanni, aveva appreso Leo, tramandavano il passato per mezzo di racconti orali: non avevano una concezione precisa del tempo quando parlavano di epoche remote.

«Ricordi la frase dell'opera De officiis di Cicerone di cui ti ho parlato ieri?».
All'esitazione del ragazzo, Leo lo aiutò, citando un passo a memoria: «Sono la saggezza e la virtù delle personalità eminenti a stimolare lo zelo degli altri uomini».
Alcune di quelle parole erano un po' complesse per il latino elementare di Artúr; ma Leo ci teneva a esporre il ragazzo ai valori morali della migliore tradizione latina.
«È ciò che mi diceva anche padre Colmcille», rispose Artúr. «Cioè che i re devono comportarsi saggiamente per essere ascoltati e seguiti».
«Bravo, Artúr! È proprio così». Quel ragazzino non smetteva di stupire Leo. Con una decente formazione avrebbe avuto un futuro brillante.

Peccato che, nella situazione in cui si trovava, Artúr non fosse altro che un ostaggio, lontano dalla sua famiglia dalriata, in mano a britanni che erano ai ferri corti con suo padre.
Nelle ultime settimane, Leo era stato messo al corrente da Riderch degli sviluppi di quella delicata situazione: il padre di Artúr, Áedán mac Gabráin, aveva con sé — evidentemente come ostaggio — il fratello maggiore di Riderch, rimasto ferito nell'attacco ad Alt Clut. Per questo l'alleanza di britanni capeggiata da Urbgen aveva deciso di non andare allo scontro, almeno per il momento, ma di cercare un'intesa con i Dalriadi.

«Comunque, per tornare a Cicerone e al suo tempo, con queste parole egli non si riferiva ai re», disse Leo ad Artúr. «Questo grande oratore visse infatti quando Roma era una repubblica. Ora, vediamo cosa significhi "repubblica": significa il governo...».
Un rumore all'uscio lo interruppe.
Era Caimir, detto Orso, il capo delle guardie del corpo di Riderch. Doveva essere qualcosa d'importante, se Riderch aveva mandato lui in persona, immaginò Leo.
«Il mio signore Riderch ti richiede nelle sue stanze», disse Caimir senza cerimonie.
«Ora? O posso terminare la lezione ad Artúr?».
«No. Riderch ha detto ora».
Come Leo aveva intuito, doveva trattarsi di qualcosa d'urgente.
«Artúr, vieni», aggiunse Caimir. «Ti porterò dai tuoi cugini Custennin e Gwladus, e potrai giocare con loro».
Il fatto che la guardia non avesse nominato l'altra cuginetta, Acgarat, fece ricordare a Leo la stranissima occorrenza che lo aveva lasciato sbalordito qualche giorno prima: Riderch — in realtà per decisione di sua moglie Languoreth, pareva — aveva lasciato andare la figlia Acgarat con il suo zio materno, Lailoken, perché venisse istruita nelle credenze pagane britanne. Lailoken doveva essere una sorta di druido o di vate britanno. In ogni caso, per quanto Leo rimanesse stranito da queste usanze, non erano affari suoi.

Uscirono quindi dalla stanza. Mentre Caimir si allontanava con Artúr, Leo si avviò verso le stanze riservate a Riderch e alla sua famiglia. Sapeva dove si trovavano.
Da quanto aveva appreso, Riderch soggiornava a Cair Ligualid ormai da diversi mesi. Le traumatiche vicende accadute ad Alt Clut lo avevano costretto ad attendere il corso degli eventi nella cittadella di Urbgen, come un capoclan in esilio.
Chiamarla cittadella era persino ridondante: si trattava di un antico forte romano di confine, diroccato e riadattato a una delle sedi del clan britanno di Urbgen.
Leo attraversò il cortile interno del vecchio castrum. Ai muri di pietra screpolata erano state addossate strutture di legno. Mentre si avvicinava, non poté fare a meno di immaginare quale ufficiale romano avesse abitato quelle stanze, secoli prima, quando i vecchi confini erano ancora sorvegliati dalle legioni. Ora vi dimorava un re britanno, circondato da lance e pelli grezze, in un edificio che era sopravvissuto più dei suoi antichi padroni.

Le stanze riservate a Riderch occupavano una delle ali meglio conservate del castrum.
Il vento si infilava tra le feritoie e faceva tremolare le torce fissate ai muri, il cui fumo aveva annerito le travi sovrastanti.
Una tenda pesante sostituiva l’antica porta; due guerrieri armati sostavano ai lati.
Leo annunciò il suo nome e attese.

Lo stesso Riderch si affacciò alla tenda e gli fece cenno di entrare.
L'interno era ordinato e la mobilia essenziale: un tavolo massiccio al centro, una cassapanca addossata alla parete, due sgabelli bassi. Sul tavolo erano disposte con cura alcune tavolette cerate e un rotolo di pergamena. Nulla era fuori posto.
L'ordine della stanza contrastava con la tensione che traspariva dal volto di Riderch. I suoi capelli castani erano in ordine, ma la barba incolta e le occhiaie tradivano la mancanza di sonno.

«Leo», gli disse il britanno senza preamboli, invitandolo a sedere con un gesto. «Non ci conosciamo da molto, ma apprezzo il fatto che in questi tre mesi tu abbia fatto da tutore a mio nipote».
Per un istante Leo si sorprese di sé stesso: ormai cominciava a comprendere piuttosto bene la lingua brittonica. Forse perché Riderch gli parlava usando di proposito termini semplici.
«Proprio per questo, per il rapporto quotidiano che intrattieni con Artúr», continuò Riderch, «ho pensato di metterti al corrente degli ultimi sviluppi sulla sua situazione». Dal tono misurato con cui parlava, era evidente che aveva ponderato a lungo quelle parole.
«Ho ricevuto una missiva da Áedán, il padre di Artúr», gli disse, indicando la pergamena aperta sul banco. «Mi ha promesso di fare la sua parte per riportare mio fratello Morcant al potere che gli spetta ad Alt Clut. Dice che lo deve a sua moglie, mia sorella Guenfron», aggiunse con un ghigno amaro.
«Beh, questa mi sembra un'ottima notizia, principe Riderch... no?», fece Leo, prudentemente.

Riderch doveva avere un'età simile a quella di Leo, forse anche più giovane, ma lo guardò quasi come si fa con i bambini che non capiscono, con una sorta di compatimento. «Tu non hai esperienza delle dinamiche di potere nelle nostre terre», rispose. «Nel suo messaggio Áedán aggiunge che, prima di mettere in atto qualsiasi piano in tal senso, si aspetta che suo figlio gli venga riconsegnato sano e salvo. E come posso io fidarmi che, dopo che gli ho ridato Artúr, Áedán si rivolti contro coloro che ha appena aiutato ad andare al potere? Che vantaggio ne avrebbe, una volta riavuto suo figlio con sé?».
Leo non si era nemmeno preso la briga di pensare a tutta la situazione, quindi non aveva una risposta per quell'interrogativo.

«Ho già risposto ad Áedán», tagliò corto Riderch, come rispondendo allo sguardo incerto di Leo.
«Gli ho scritto che gli riconsegnerò suo figlio soltanto dopo che mio fratello sarà installato al potere ad Alt Clut».
Leo non sapeva che dire. «Cosa ti fa pensare che accetterà?», chiese infine.
«Credo che non abbia scelta», disse secco Riderch. Fissò Leo negli occhi: «Nella mia lettera gli ho lasciato intendere che se non farà una mossa entro breve, comincerò a far credere ad Artúr che suo padre lo abbia abbandonato al suo destino e che si sia messo contro la sua mamma, facendo guerra alla sua famiglia materna, uccidendo i suoi zii e tenendo in ostaggio la sua stessa mamma Guenfron per chissà quale motivo... forse perché è impazzito».
«Perché mi dici tutto questo?», chiese Leo, molto a disagio.
«Per prepararti», disse Riderch con un mezzo sorriso malizioso. «Per evitare che Artúr possa nutrire qualsiasi sospetto sulle mie intenzioni, sarai tu colui che gli instillerà queste idee, durante le tue lezioni».
Leo rimase impietrito, e non ebbe il coraggio di proferire parola.

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