Capitolo 15: La città delle mura
«Guarda, Artúr, vedi lassù? Quella è Cair Ligualid!», disse all'improvviso frate Mungo, indicando un punto lontano.
La città del grande Urbgen Pendragon. Finalmente lì avrebbe incontrato suo zio Riderch. Il capo delle guardie, Caimir, aveva parlato di loro come di due eroi, amici di suo padre Áedán.
Artúr non aveva capito bene perché suo padre avesse deciso di mandarlo da suo zio, il fratello di sua madre Guenfron. Gli avevano detto che riguardava la sua formazione. Forse Riderch poteva insegnargli qualcosa che a Ioua non avrebbero potuto, o forse i guerrieri ai suoi ordini erano maestri di spada più esperti di quelli dalriadi...
Trovava strano soltanto il fatto che la partenza dall'abbazia di Ioua fosse avvenuta così in fretta e senza preavviso, quando fino al giorno prima i monaci dicevano ad Artúr che avrebbe avuto ancora un lungo percorso di istruzione.
Già gli mancava il suo tutore di latino, fra Luciano: era stato un bravo maestro e — data la sua età abbastanza giovane — anche una sorta di amico, nonostante la sua lingua materna non fosse né il brittonico né il goidelico.
Almeno era venuto con loro l'altro monaco italiano, l'amico di fra Luciano: frate Leo. Era taciturno ma buono, ed era l'unico ad aver lasciato Ioua per restargli accanto anche in quella traversata. Artúr lo conosceva da quasi un anno, da quando suo padre lo aveva affidato all'abbazia, e averlo accanto durante quel viaggio in compagnia di estranei fu per lui un grande conforto.
Ma se c'era una persona che ad Artúr mancava davvero — anche se cercava di negarlo a se stesso — era sua mamma Guenfron. Cosa avrebbe dato per abbracciarla e farsi cullare dalla sua voce amorevole!
Ma non doveva cedere alle lacrime: era in vista di Cair Ligualid. Suo padre Áedán aveva preparato grandi cose per lui, e non doveva deluderlo.
Nonostante durante il giorno avesse minacciato di piovere, alla fine il cielo si era schiarito. Ora la luce del tramonto illuminava le mura di colore giallastro, mentre il carro si avvicinava scricchiolando a un ponticello che attraversava un piccolo fiume.
Artúr sgranò gli occhi: quel posto era così diverso da ciò a cui era abituato.
In Dál Riata, le fortezze stavano sempre sulla cima di un'altura, per guardare dall'alto in basso chi arrivava. Invece Cair Ligualid era adagiata su un pianoro, come se i suoi abitanti non avessero paura di nessuno. E le casupole del villaggio al di fuori delle mura... non erano rotonde, come quelle che conosceva lui: erano capanne più squadrate.
Artúr si sporse dal carro, annusando l'odore del fumo dei focolari che saliva lento verso il cielo della sera, e osservando gli abitanti che uscivano dalle loro case, interessati al loro arrivo.
Infine, superate altre capanne, furono abbastanza vicini alle mura da poterle osservare meglio.
Alcune parti erano alte e dritte, con pietre chiare che la luce del tramonto rendeva quasi gialle; altre invece sembravano più antiche e spezzate, con ciuffi d'erba che spuntavano tra i blocchi. In diversi punti si vedevano travi e impalcature di legno, messe lì per sostituire i tratti delle mura che erano crollati.
Anche l'arco d'ingresso appariva diroccato ed era stato parzialmente ricostruito con una struttura di legno.
E proprio in quel momento, da quell'arco, stava uscendo un gruppo di persone scortate da guardie armate. Caimir spronò il suo cavallo e si diresse verso di loro.
Artúr lo seguì con gli occhi mentre il capo della scorta parlava con un uomo vestito di un blu così scuro che, da lontano, sembrava quasi nero. Poteva essere suo zio Riderch?
Dopo un momento, Caimir si voltò e fece un gesto con il braccio: il carro poteva avanzare.
Giunti a pochi passi dal gruppo, il carro si fermò e poterono finalmente scendere.
Frate Leo saltò a terra per primo e tese la mano ad Artúr. Il ragazzo si voltò e notò che anche dal lato del villaggio si era assembrato un folto gruppo di gente — contadini, artigiani — che osservava con curiosità i nuovi arrivati. Una volta sceso dal carro, sentì addosso gli sguardi dei presenti, e un lieve calore gli salì alle guance. Dietro di loro scesero frate Mungo e frate Serf che, ansimando un poco, dovette reggersi al braccio di una guardia per non cadere.
Un uomo del gruppo presso le mura, grande e massiccio, avvolto in pelli di pregio e con una torque d'oro al collo, fece due passi avanti e parlò con voce tonante: «Io, re Urbgen map Cynfarch, Pendragon del Rheged, e il Consiglio dei notabili della città, vi diamo il benvenuto a Cair Ligualid!».
Frate Mungo prese la parola: «Ti ringraziamo, re Urbgen, per essere venuto ad accoglierci fuori delle mura. Il viaggio è stato stancante; tuttavia Dio ci ha protetto e ci ha condotti fin qui, salvi da ogni pericolo. Lode a Lui. Nel ritorno a Cair Ligualid si sono uniti a noi anche frate Serf e frate Leo. E, naturalmente, il nipote del guletic Riderch: Artúr».
Fu allora che dal gruppo di notabili si fece avanti una coppia: l'uomo dall'abito blu scuro che Artúr aveva notato da lontano, e accanto a lui una giovane donna, molto bella, avvolta in una candida veste elegante.
«Mio caro nipote», disse l'uomo dell'abito blu, con una sorta di sorriso. «Come stai? Sono tuo zio Riderch, fratello di tua mamma Guenfron. Ti ricordi di noi?».
Artúr esitò. In realtà, solo il volto della bella dama destò in lui un ricordo.
«Devi essere molto stanco», intervenne lei con un caldo sorriso. «Sono tua zia Languoreth. Quanto sei cresciuto dall'ultima volta che ti abbiamo visto! Eri un bambinetto, e a malapena parlavi. Venisti con tua madre in visita ad Alt Clut. Devono essere passate... cinque estati, ormai».
«Anche se ora sembrano passati secoli», aggiunse Riderch, serio, con un tono che ad Artúr parve intriso di sarcasmo, senza capirne il motivo.
Dopo brevi presentazioni reciproche tra i monaci e i notabili, il gruppo si avviò attraverso l'arco, all'interno delle mura.
Zia Languoreth prese per mano Artúr: «I tuoi cugini, Custennin, Gwladus e Acgarat, ti stanno aspettando. Custennin è non molto più grande di te, diventerete buoni amici», disse, con un sorriso rassicurante.
Appena furono passati sotto l'arco e furono all'interno delle mura, Artúr sentì il cuore battergli forte: non aveva mai visto un posto così. Le pietre sotto i piedi erano enormi. Sembravano vecchissime, alcune spaccate, altre storte, con ciuffetti d'erba che spuntavano come piccoli capelli verdi. Era una strada di pietra, non una via di terra battuta come a Dún Att. In Dál Riata, tutto era in salita o in discesa, su rocce e colline; lì invece era tutto piatto e lastricato.
«Le pietre che stiamo calpestando sono ciò che resta dell'antico forte costruito dai Romani», gli disse zia Languoreth, forse notando lo stupore del nipote. «Loro chiamavano luoghi come questo... città», aggiunse, indicando intorno.
Mentre camminava, Artúr guardò i basamenti delle costruzioni: erano blocchi enormi, più grandi di qualunque pietra avesse mai visto usare per una casa. Il ragazzo si chiese chi fossero quei Romani che avevano costruito quel posto. Forse giganti?
Ma poi notò che gran parte di quella "città" era in realtà mezza diroccata: in diversi punti le pietre sembravano essere state tolte, o essere crollate, e alcune capanne erano costruite addossate agli edifici in pietra.
Passarono accanto a dei muri su cui qualcuno aveva messo come tetto delle tavole di legno; si sentivano cavalli scalpitare all'interno.
Più avanti, sotto una tenda tirata tra due pareti di pietra, un fabbro colpiva un ferro incandescente, e ogni colpo faceva un suono che rimbombava tra le pietre. L'odore colpì Artúr: fumo, ferro, qualcosa di bruciato. Era così diverso dal profumo di mare e di alghe dell'isola di Hy. Era l'odore di un posto... duro.
Una donna uscì da una capanna, guardò il gruppo e si inchinò leggermente vedendo il re Urbgen. Artúr si accorse che diversi abitanti facevano lo stesso. Interrompevano le loro occupazioni per osservare in modo reverenziale il corteo passare: il re, i ricchi notabili, i monaci, le guardie.
Infine, davanti a loro apparve un edificio enorme. La parte bassa era tutta di pietra romana, ma il tetto era di legno nuovo, con assi scure. Davanti all'ingresso bruciava un alto braciere, e due guerrieri con mantelli rossi stavano immobili come statue.
Re Urbgen parlò brevemente con suo zio Riderch, gli altri notabili e i monaci, e tutti si avviarono verso l'interno, con il grosso delle guardie.
«Noi non andiamo con loro», gli disse dolcemente zia Languoreth. «Vieni, ti porto alle nostre stanze, dove potrai finalmente rifocillarti e riposare, e poi incontrerai i tuoi cuginetti». E così dicendo, gli mostrò un'entrata laterale nel grande edificio. Tre guardie li seguirono. Non erano però tra quelle che avevano viaggiato in barca con lui.
Artúr si accorse all'improvviso che anche frate Leo non era più accanto a lui: aveva seguito, con gli altri due monaci, re Urbgen e zio Riderch all'ingresso principale.
D'un tratto venne assalito dalla paura, dalla sensazione di essere solo. Oh, perché sua madre e suo padre non erano lì? Dove si trovavano in quel momento?
Entrarono in quella grande casa di pietra e legno. Il sole era ormai tramontato, e il corridoio all'interno era buio. L'aria sapeva di fumo e di legno vecchio.
Le guardie dietro di lui camminavano in silenzio, e Artúr non fu più sicuro se fossero lì per proteggerlo... o per impedirgli di scappare.
Proprio ora che il viaggio era finito, nel corridoio buio si sciolse la paura. Gli mancava terribilmente la sua mamma Guenfron.
Le lacrime gli salirono agli occhi e, prima di potersi trattenere, scesero giù, calde, silenziose.
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