Capitolo 14: La traversata
Era trascorso un anno da quando Leo e fra Luciano avevano raggiunto l'abbazia di Ioua. Ora Leo era ripartito, ma in circostanze del tutto diverse da quelle che avrebbe potuto immaginare.
Secondo la missione organizzata da Cassiodoro, lui e fra Luciano avrebbero dovuto trattenersi in Hibernia per uno, forse due anni, per poi tornare in Italia portando con sé preziose pergamene e relazioni sui monasteri locali.
Le cose, però, erano andate molto diversamente. Leo aveva lasciato Ioua all'improvviso, separandosi da fra Luciano forse per sempre. E per andare... dove, poi?
A pensarci bene, non era nemmeno sicuro che Cassiodoro fosse ancora in vita: l'anziano abate del Vivarium doveva aver superato gli ottant'anni, e diversi mesi erano trascorsi dalla sua ultima epistola, in cui egli chiedeva notizie del loro soggiorno in Hibernia. Ma quella missiva doveva essere partita dall'Italia quasi un anno prima, ormai.
Leo era ancora affranto per come si era conclusa la sua ultima conversazione con fra Luciano. La reazione di quest'ultimo, in fondo, era più che comprensibile: dopo essere stato suo compagno di viaggio per tanto tempo, Leo gli aveva rivelato a bruciapelo di non essere la persona che lui credeva. Non solo non era un monaco. Non era neppure un uomo di fede.
Gli bruciava il modo in cui aveva lasciato il suo compagno, spinto da una decisione istintiva.
Come mai, così all'improvviso — gli avevano dato appena il tempo di raccogliere le sue poche cose in una bisaccia —, si era imbarcato con dei forestieri che parlavano una lingua di cui stava a malapena cominciando a capire i rudimenti?
La verità era che, nel profondo, Leo era sempre stato un viandante, senza radici in alcun luogo. Dopo aver lasciato l'abbazia di padre Benedetto quand'era ancora ragazzo, non si era più fermato a lungo da nessuna parte, fino a quando non si era stabilito per qualche anno al Vivarium. E ora era tornato alla sua vecchia natura di girovago. Forse era stata la rottura con fra Luciano, forse il fatto di aver letto quanto gli bastava della raccolta di pergamene di padre Columba, forse la sensazione di aver già visto abbastanza delle terre sperdute del nord e di non avere più nulla da fare a Ioua; forse tutte quelle cose insieme. Fatto sta che aveva colto al volo, senza pensarci troppo, l'occasione per viaggiare verso nuove terre — quelle dei Britanni, di cui tanto aveva sentito parlare da alcuni monaci a Ioua. Un salto nel buio, sì, ma anche un passo verso altra conoscenza. Anche se ciò significava abbandonare la missione affidata loro da Cassiodoro e forse, realizzò con una stretta al cuore, non fare mai più ritorno al Vivarium.
Uno spruzzo d'acqua salata lo riscosse dai suoi pensieri.
La brezza gonfiava le vele della piccola imbarcazione su cui Leo viaggiava, accanto a sei marinai, sette guerrieri, due monaci e un bambino. Tutti britanni — tranne il bambino, britanno solo per parte di madre, ma dalriado dal lato paterno, secondo ciò che Leo aveva appreso. Si chiese come quella barca potesse affrontare il mare aperto, carica com'era, ma i marinai sembravano sapere il fatto loro.
Il sole di fine primavera, in quelle terre all'estremo nord, era più tenue che in Italia e gli accarezzava il volto con un tepore gentile.
Leo era però esausto: il viaggio si era rivelato più lungo di quanto avesse immaginato, e non era ancora finito.
Partiti da Ioua intorno al mezzodì del giorno precedente, avevano navigato per molte ore senza soste finché non era scesa l'oscurità, nel tentativo di allontanarsi in fretta dai territori dalriati. Si erano fermati a riposare per la notte solo poche ore, su una costa deserta. Poi alle prime luci, mezzi intirizziti, avevano ripreso il mare e navigato per tutto il giorno.
Ora il sole era già prossimo al tramonto.
«Guarda, frate Leo, là», disse a un tratto frate Serf, distogliendolo dai suoi pensieri. Era accovacciato dietro di lui, e indicava con il dito in direzione della costa.
«Vedi quel promontorio?», fece Serf in un latino condito dall'accento brittonico. «Un po' all'interno c'è una chiesa in pietra, chiamata Candida Casa».
«Candida Casa... in latino?» chiese Leo, sorpreso.
«Sì, esatto. Dicono che sia il più antico insediamento cristiano in tutto il nord di Albion. Lì, al monastero di Candida Casa, molti anni fa, quand'ero giovane, feci la mia esperienza di novizio. Altri tempi...».
Dopo un attimo di silenzio, in cui gli unici suoni furono lo sciabordio dell'acqua contro la barca e il fischio gentile del vento, frate Serf riprese: «E tu invece, frate Leo, vieni dall'Italia, vero? Immagino che tu abbia fatto il tuo noviziato in qualche monastero importante, forse a Roma stessa? Un tempo avevo pensato di fare un pellegrinaggio fino alla Città Santa, alle tombe dei beati apostoli Pietro e Paolo e di tanti altri santi martiri, ma alla fine non andai. Dio aveva altri piani in serbo per me».
Ecco, ci risiamo, pensò Leo. Poi, trattenendo un sospiro, rispose: «No, non vissi a Roma. Fui puer oblatus in un'abbazia fondata dal severo padre Benedetto che — ho saputo in seguito — è oggi venerato come sant'uomo dai suoi monaci».
Si fermò: non voleva raccontare un'altra volta la propria vita.
«E come mai», lo incalzò frate Serf, «un monaco italiano ha viaggiato fino a queste terre così lontane da voi?».
Leo era stanco. A Ioua non aveva nemmeno avuto il tempo di riposarsi dopo la missione nelle terre dei Pitti, che era già ripartito per questo nuovo viaggio verso l'ignoto. Ma si sforzò di continuare a recitare la parte del monaco: «Il cristianesimo è universale, non è vero? Come pure la cultura romana, che si estese in tutto l'impero — fino a queste terre del nord, e a sud fino all'Egitto», rispose.
«Vero, quanto è vero», sorrise sornione frate Serf. «Ma lasciami chiederti questo: cosa ti ha spinto a lasciare l'abbazia di padre Columba e unirti a noi?».
Leo esitò un istante. «A dire il vero non saprei nemmeno io. Dopo un anno a Ioua, credo di averne avuto abbastanza di quelle terre del nord spazzate dal vento. E poi... avevo da tempo la curiosità di visitare le terre di Britannia, o come dite voi, Albion?».
«Sì, Albion», fece frate Serf, senza però sembrare del tutto convinto dalle parole di Leo.
«Anch'io vorrei chiederti qualcosa, frate Serf», disse Leo, cercando di cambiare discorso. «Cosa è accaduto ieri all'abbazia? Perché questi guerrieri hanno preso con sé il ragazzo, all'insaputa dei suoi genitori?».
Grazie al cielo i guerrieri, accanto a loro sulla barca, non capivano il latino: Leo poteva quindi parlare liberamente. Anche il ragazzo, che all'abbazia aveva appena cominciato ad apprendere i rudimenti di quella lingua, dormiva accovacciato poco più in là e non poteva sentirli.
Il giorno prima Leo aveva udito la spiegazione di padre Columba sulla situazione venutasi a creare, mentre l'abate dettava a fra Luciano e questi metteva per iscritto quanto avveniva. Non aveva osato tornare sull'argomento fino a quel momento, ma ora che ne aveva l'occasione, voleva conoscere il punto di vista dei monaci britanni.
Frate Serf si guardò attorno nervosamente. «Credo che il più indicato a risponderti sia frate Mungo», disse.
Quest'ultimo, seduto accanto a loro, aveva seguito la loro conversazione ma non aveva proferito parola.
Leo lo fissò a lungo, e alla fine frate Mungo, con un sospiro, si decise a parlare: «Frate Leo, ti risponderò da uomo di fede a uomo di fede. Ciò che è accaduto alcuni giorni fa è qualcosa di inconcepibile, perfino per la nostra turbolenta epoca. La cittadella di un potente regno brittonico della regione è stata conquistata e messa a ferro e fuoco, e il clan regnante sterminato. E il condottiero che ha guidato l'attacco, pur appartenendo a un altro regno, con una lingua e una cultura del tutto diverse, era tuttavia legato da vincoli di sangue al re che ha ucciso: era allo stesso tempo suo cugino e suo genero!».
Poi, anche se stava parlando in latino, abbassò la voce: «Mi riferisco al padre del ragazzo, Áedán mac Gabráin di Dál Riata».
Tutto d'un tratto Leo si rese conto, con un lieve senso di vertigine, della pericolosissima situazione in cui si era cacciato a sua insaputa.
«Il fatto è», continuò frate Mungo, «che gli usurpatori britanni che hanno preso il comando ad Alt Clut — in congiura con i Dalriadi — sono anticristiani, e hanno già bandito dal regno tutti gli evangelizzatori di Cristo».
Il monaco si accorse di aver alzato la voce: si interruppe, lanciò un'occhiata alle guardie, poi riprese a parlare sottovoce, quasi sibilando.
«Vedi, non so perché Áedán abbia mandato il suo primogenito a formarsi all'abbazia di Ioua, ma da quando ha guidato l'attacco ad Alt Clut si è schierato con il clan dei britanni pagani. E una tale azione rischia di incendiare l'intera regione: Britanni contro Dalriadi, cristiani contro pagani. Il sangue chiama sangue».
Frate Mungo si passò una mano sulla fronte, come per asciugare un sudore improvviso.
«Quattro giorni fa, a Cair Ligualid — dove siamo diretti —, ho incontrato un principe di Alt Clut, Riderch, sfuggito al massacro del suo clan. È stato lui a concepire il rapimento: tenere suo nipote Artúr, il figlio di Áedán, sotto la propria tutela, come pegno e strumento di pace. All'inizio mi ero opposto all'idea, ma poi...».
Esitò, con un tremito nella voce: «Ho pensato che Riderch è un uomo giusto, favorevole alla vera Fede. E forse questa azione costringerà Áedán a cercare un accordo, evitando altra violenza».
Ma Leo, dopo un anno vissuto a Ioua e passato in parte viaggiando nei territori di Dál Riata, aveva appreso le dinamiche di potere in quella regione del mondo.
Quindi, chiese: «Ma se non sbaglio il re di Dál Riata è Conall. Cosa succede se re Conall, ignorando le preoccupazioni personali di Áedán, ordinerà di andare in guerra contro i Britanni in ogni caso?».
Frate Mungo non ebbe il tempo di rispondere, perché Caimir, il capo delle guardie — un tipo grosso e muscoloso, con la rossa barba incolta intrisa di salsedine —, intervenne ad alta voce da poco più in là: «Di cosa state chiacchierando, voi frati?».
Leo sentì il sangue gelarsi per un istante.
La conversazione si interruppe lì.
Quando ormai era già l'imbrunire, approdarono presso un casolare dove viveva un conoscente dei marinai, che li rifocillò con pesce appena arrostito, fave cotte, pane d'orzo e idromele. Fortunatamente il loro ospite era cristiano, e l'accogliere due monaci — ai suoi occhi tre, contando anche Leo — fu per lui una grazia. L'unica cosa che accettò in cambio, e di tutto cuore, fu che frate Mungo benedicesse la sua abitazione.
Si fermarono per la notte. Leo venne a sapere che si trovavano ora nei territori del Rheged, quindi finalmente al sicuro.
Esausto e a corto di sonno da giorni, si addormentò quasi subito, e dormì profondamente.
Partirono ai primi bagliori dell'alba, per l'ultima traversata.
Il vento soffiava nella direzione giusta, e Leo sperava che ciò rendesse più rapido il viaggio.
Ma presto il sole si alzò sopra l'orizzonte, e le ore cominciarono a scorrere uguali, una dopo l'altra, nel rollio monotono della barca. Per lunghi tratti nessuno parlava, e i marinai non davano ancora segno di voler attraccare.
Leo si tirò il cappuccio del saio sulla testa e si assopì.
Lo svegliò una folata di vento freddo. Il cielo si era coperto e minacciava pioggia. Il mare era mosso: i marinai avevano ammainato la vela e remavano con forza, aiutati da un paio di guerrieri.
Accanto a lui, frate Mungo sembrava assopito, mentre frate Serf osservava con preoccupazione il cielo. Poco più in là, il giovane Artúr stava parlando con entusiasmo a un guerriero.
Leo rimase confuso: la costa non era più alla loro sinistra, ma alla destra. Poi, guardandosi attorno, capì il motivo: stavano entrando in una grande baia.
Si scostò il cappuccio e, scrutando la costa, notò i resti diroccati di una struttura in pietra sulla cima di una collina.
«Cos'è quello?» chiese, indicandola a frate Serf.
«Quello», rispose l'anziano monaco con un sorriso, «è ciò che rimane di una fortificazione costruita dai tuoi antenati. Sì, frate Leo, dai Romani. Ci sono molte rovine simili in questa regione, vedrai. Sono lì da tempi immemorabili, nessuno sa da quanto. Per la verità, nessuno sa esattamente chi le eresse, e in molti casi neanche il motivo, come nel caso dei resti di un antico vallo che secondo alcuni si spingono fino alle coste del mare orientale; anche se non so se ciò corrisponda a verità o se siano solo voci».
«Forse», disse Leo, «ti sembrerà strano, ma ho visto rovine simili persino in Italia».
Serf sospirò: «Mundus transit».
Ma Leo, più che pensare alle antiche rovine, cominciava a preoccuparsi della situazione che lo attendeva una volta messo piede a terra.
«Frate Serf», chiese, «cosa succederà quando arriveremo all'abitato dove siamo diretti?».
L'altro si massaggiò il mento, pensieroso.
«Sempre che la tempesta in arrivo», rispose, «non ci costringa a restare bloccati su queste coste... se riusciremo a raggiungere Cair Ligualid entro sera, sarà già un buon risultato».
Poi abbassò la voce: «Una volta lì, Artúr verrà accolto da suo zio Riderch e, molto probabilmente, anche da re Urbgen Pendragon del Rheged, che — da quanto mi ha riferito frate Mungo — sta ospitando e proteggendo Riderch come suo alleato. Saranno Urbgen e Riderch a decidere come comportarsi riguardo ad Áedán mac Gabráin e ai congiurati di Alt Clut. Io spero soltanto che questa nostra azione serva a prevenire una guerra... e non a scatenarne un'altra».
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