Capitolo 13: Rapimento
«Sto perdendo la pazienza, frate», minacciò Caimir.
Ma quel Colmkille — o come accidenti si chiamava — lo fissò senza il minimo timore.
«Ho detto che proseguiremo quando sarà arrivato il mio scrivano», rispose.
Parlava in brittonico, ma con un marcato accento goidelico.
«Non capisco cos'altro ci sia da mettere per iscritto», insisté Caimir. «Vi ho già mostrato il messaggio col sigillo del mio signore Riderch: dovete solo dirmi sì o no. Non abbiamo bisogno di scrivani».
Ma l'altro scosse semplicemente la testa, senza aggiungere parola.
Avevano discusso già troppo a lungo. Dovevano concludere in fretta: Caimir e i suoi uomini non erano al sicuro su quell'isola.
Riderch gli aveva affidato una missione rischiosa, e lui aveva tutta l'intenzione di portarla a termine. Ma persino arrivare fin lì non era stato semplice.
Avevano viaggiato su un'anonima barca senza insegne, governata da rematori del Rheged che conoscevano bene le coste fino alla Dál Riata, e che avevano chiesto un compenso cospicuo: sostenevano che quelle acque erano pericolose per chi trasportava guerrieri britanni.
Il viaggio era durato due giorni e due notti, più alcune ore la mattina del terzo giorno. Nella seconda notte, quando già avevano raggiunto il mare di Dál Riata, avevano navigato a lungo, grazie alla luna piena e al vento favorevole, sostando solo poche ore in una baia isolata di un'isola deserta.
Fortunatamente non avevano incrociato imbarcazioni dalriate. E sull'isola di Hy non avevano trovato che monaci, nessun guerriero.
Ma Caimir, stanco per il viaggio e per la tensione, non era tranquillo. Aveva con sé soltanto sei dei suoi uomini: sette in tutto, armati, abbastanza per tenere a bada dei monaci — ma se fossero arrivati guerrieri dalriadi, la situazione sarebbe precipitata.
Prima riuscivano a partire, meglio era per tutti.
Come se tutto ciò non bastasse, Caimir non aveva ancora avuto notizie di sua moglie e dei suoi figli ad Alt Clut, e l'incertezza sul loro destino lo stava logorando.
Portare a termine la missione poteva anche essere un modo per sbloccare la situazione, aprendo un canale di comunicazione con lo stesso Áedán per conoscere finalmente cosa fosse accaduto alla gente di Alt Clut. Su questo la pensava come Riderch.
Dentro di lui bruciava anche la voglia di vendicare la morte del suo uomo, Atoc, spirato dopo due giorni di agonia per la ferita che gli aveva inferto il falso messaggero inviato dai congiurati.
E ora doveva pure avere a che fare con la testardaggine di quei monaci, che rifiutavano di consegnare uno dei giovani educati all'abbazia.
Riderch gli aveva ordinato di evitare la forza finché possibile — la situazione era troppo delicata. La madre del ragazzo era pur sempre sorella di Riderch, anche se sposata a quel demone di Áedán. La faccenda andava trattata con la massima cautela. Riderch aveva persino valutato di venire di persona a trattare coi monaci, ma l'idea era stata subito scartata: troppo rischioso, se per caso si fossero imbattuti in guerrieri dalriadi.
«Padre Columba», intervenne Mungo, il monaco che era venuto con loro da Cair Ligualid. «Dopo l'attacco contro Alt Clut e l'uccisione di diversi suoi famigliari, Riderch map Tutgual è profondamente turbato per la sorte del figlio di sua sorella Guenfron».
La voce del monaco era troppo esitante, agli orecchi di Caimir. Tuttavia lo lasciò proseguire.
«La decisione di Riderch di prendere suo nipote sotto la propria tutela nasce dall'esigenza di metterlo al sicuro da conseguenze nefaste dal momento che, per via materna, il giovane discende pur sempre dal clan che è stato sterminato...».
«E da quando, frate Mungo, un monaco di Cristo fa da ambasciatore a signori britanni? Avevo sentito parlare di te come di uno zelante evangelizzatore, non come di un diplomatico al servizio di un padrone», rispose Colmkille, brusco, con tono di severo rimprovero — il che diede non poco sui nervi a Caimir.
«Venerabile padre Colmcille», intervenne un anziano dalla barba grigia. Avevano detto a Caimir che si trattava del monaco di nome Serf, fuggito da Alt Clut insieme a Mungo. «Temo che la situazione sia più complessa — e più grave — di come l'abbiamo descritta finora. Mungo e io non serviamo Riderch, né Áedán, né alcun altro capoclan. Come tanti altri monaci, abbiamo speso le nostre vite — e alcuni hanno dato la loro fino all'ultimo respiro — seguendo gli insegnamenti di Nostro Signore Gesù Cristo e operando per farli conoscere a quante più genti possibile, come avete fatto voi nelle vostre terre. In questa opera di evangelizzazione abbiamo contribuito a evitare scontri e talvolta guerre, persuandendo i capiclan britanni che c'è un Signore superiore a ciascuno di noi, davanti al quale, un giorno, tutti — anche i regnanti — dovranno rendere conto delle proprie azioni».
Caimir ne aveva abbastanza di quel blaterare. Stava per interrompere il monaco, ma questi proseguì deciso.
«Pochi giorni fa ho visto ad Alt Clut persone morte e ferite, e so che, presto o tardi, seguirà una vendetta altrettanto violenta e cieca, che colpirà ancora tanta gente innocente. Almeno che... almeno che non deviamo quella sete di vendetta verso qualcosa di non violento. Se permettere a Riderch di prelevare suo nipote può evitare altro spargimento di sangue, io dico: permettiamolo. Áedán non ne sarà contento, certo, ma per riavere suo figlio dovrà scendere a patti, sedersi e parlare — e questo potrebbe fermare il ciclo di violenza che si è innescato».
Forse Caimir, dopotutto, si era sbagliato sul conto di quel Serf. Cominciava a piacergli come parlava.
«Vorrei anche ricordare», aggiunse l'anziano monaco, «che il clan di Riderch è sempre stato tollerante verso i cristiani, mentre i nuovi signori che hanno preso il potere su Alt Clut con la forza hanno già bandito tutti i cristiani dal loro regno: una mossa sconsiderata e folle. Il padre di Artúr, che ha guidato l'attacco, è in combutta con quegli infedeli. Se questo ragazzo un giorno dovesse diventare anch'egli un capo e un leader di popoli, preferireste che seguisse la via di suo padre, o quella del suo zio materno, da sempre amico dei cristiani?».
Colmkille sembrò colpito dal discorso del monaco: «Avevo udito voci», disse, «secondo cui proverresti da un clan di alto rango, frate Serf. Dopo aver ascoltato le tue parole, mi è chiaro che quelle voci non mentivano: il tuo modo di ragionare non è da gente comune».
Proprio in quel momento, il monaco che era andato a chiamare lo scrivano ricomparve finalmente sull'uscio della capanna, seguito da altri due.
L'abate disse qualcosa in latino, che Caimir non comprese, e il più giovane dei tre monaci si fece avanti e si sedette al desco, dove erano già stati preparati pergamena e calamaio.
Colmkille cominciò a dettare in latino.
Caimir riuscì ad afferrare soltanto qualche nome — Artúr, Áedán, Riderch —, nient'altro. Ma non se ne curò: le parole scritte non gli facevano alcuna paura.
Dopo un tempo che a Caimir parve infinito, l'abate smise di dettare e si voltò verso di lui.
Con tono brusco, il volto imbronciato, gli disse in un brittonico stentato: «Non abbiamo le forze per opporci a te e ai tuoi uomini. Ma frate Luciano ha appena messo per iscritto, in latino, il messaggio del tuo signore Riderch — e anche le parole pronunciate poco fa da frate Serf, insieme alla circostanza in cui ci troviamo qui riuniti. Di tutto questo, Dio è testimone e giudice. Ciò che sta scritto su questa pergamena rimarrà come testimonianza di quello che accade oggi alla nostra abbazia!».
Concluse le sue parole in tono perentorio, quasi di protesta. Ma a Caimir non importava nulla: voleva soltanto che la faccenda fosse sbrigata il più presto possibile.
Colmkille mormorò qualcosa nella sua lingua al monaco che poco prima era andato a chiamare lo scrivano. Quello annuì e uscì. Caimir capì allora che l'abate lo aveva mandato a prendere il ragazzo.
Mentre aspettavano, tutti rimasero in silenzio: Colmkille, corrucciato; i suoi monaci, timorosi; gli uomini di Caimir, attenti a ogni movimento.
Dopo un po', il monaco tornò con il figlio di Áedán. Il ragazzino, dai capelli di un biondo cenere e dallo sguardo vivace, aveva sugli otto anni. L'età del più piccolo dei miei, pensò Caimir, sentendo una stretta al cuore.
Artúr aveva gli occhi spalancati e non appariva affatto intimorito; anzi, sembrava affascinato dai guerrieri presenti.
Colmkille fu il primo a muoversi: si avvicinò al bambino e gli rivolse la parola con tono sorprendentemente gentile.
«Mio caro Artúr, oggi termina la tua istruzione all'abbazia di Hy — per il momento, almeno. Ti affido alle buone mani di frate Serf e di frate Mungo. Queste guardie sono qui per scortarvi in tutta sicurezza».
L'abate aveva parlato in brittonico, e il ragazzo — a giudicare dall'espressione — aveva compreso. Il che era naturale, avendo una madre britanna.
Come se fosse stato invitato dalle parole di Colmkille, Serf si rivolse ad Artúr: «Ragazzo, sappi che io conoscevo tua madre, quand'ella ancora viveva ad Alt Clut». Parlava col tono di un anziano che impartisce un insegnamento ai più giovani. «Ora andremo da un suo fratello, tuo zio Riderch, presso il quale continuerai la tua istruzione alla dimora regia del grande Urbgen Pendragon del Rheged».
I grandi occhi del ragazzino si illuminarono di meraviglia.
«Oh!... e mio padre ha ordinato questo?», chiese con ingenua allegria.
«Tuo padre vuole il meglio per te», intervenne in fretta Caimir, prima che i monaci potessero rispondere. «Oggi non può essere qui perché... è impegnato altrove. Ma tuo zio Riderch, il mio signore, si prenderà buona cura di te».
Artúr parve soddisfatto di quella spiegazione, e nessun monaco osò intervenire per contraddire le parole di Caimir.
Colmkille dettò quindi altre sciocchezze in latino al suo giovane scrivano. Poi, finalmente, concesse loro di andare.
Uscirono secondo l'ordine stabilito da Caimir: per primi due dei suoi uomini, quindi il ragazzo accompagnato da Mungo e da Serf — che aveva deciso di unirsi a loro per il viaggio di ritorno nei territori britanni — e infine Caimir stesso, seguito da altre due guardie. Guncar invece li attendeva all'esterno della capanna, mentre Catleu era rimasto di vedetta su un'altura, pronto ad avvisarli nel caso si fossero avvicinate delle imbarcazioni.
Proprio mentre il gruppo si apprestava a varcare l'uscio, Caimir udì uno dei monaci parlare in un brittonico orribile, a mala pena comprensibile.
«Padre Columba... Permesso di andare con essi?». A parlare era stato il monaco che era arrivato alla capanna assieme allo scrivano. Era chiaramente uno straniero: la pelle olivastra, la corta barba nera tagliata in uno stile che non si addiceva alle abitudini dei Britanni né dei Dalriadi.
Colmkille lo fissò per un istante. «Se sta bene ai guerrieri», disse infine l'abate, rivolgendosi a Caimir, «io non ho alcuna obiezione... frate Leo».
Caimir avrebbe potuto rifiutare, ma pensò che un monaco in più avrebbe potuto giovare alla loro causa, come prova che il prelievo di Artúr era avvenuto con il benestare dei religiosi in cui Áedán sembrava aver riposto tanta fiducia.
Così si limitò a dire, secco: «Per me, d'accordo».
Il monaco venne rapidamente perquisito, per precauzione, dopodiché poterono finalmente lasciare quella dannata capanna.
L'attenzione di Caimir fu attratta per un istante, appena prima di uscire, dalla strana espressione del giovane scrivano, ancora seduto al suo desco: fissava il monaco chiamato Leo con gli occhi sbarrati e un'aria sconvolta.
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