Capitolo 9: Caimir
Per un buon tratto, lasciando Cair Ligualid alle spalle, la strada era ancora lastricata di pietre posate anticamente dai Romani. Ma più ci si allontanava dall'abitato, più i blocchi, sconnessi dall'erba e dall'incuria, cedevano il passo a una comune via sterrata, larga abbastanza da far passare agevolmente due carri affiancati.
Quella giornata era iniziata nel peggiore dei modi, e nulla lasciava sperare in un miglioramento. La notizia della morte del guletic Tutgual aveva fatto sprofondare l'umore di Caimir. Avevano lasciato Cair Ligualid in tutta fretta per ritornare quanto prima ad Alt Clut. Questa era l'unica nota positiva. I due mesi di permanenza in quella cittadina, che puzzava di vanità e intrighi, erano stati decisamente troppo lunghi per lui. Non sopportava più la pomposità di re Urbgen e del suo seguito. Si faceva chiamare Pendragon, "capo supremo": un titolo che forse si addiceva a qualche grande eroe dei tempi andati, non certo al vanesio re Urbgen del Rheged.
E quei due mesi lontano dalla sua famiglia gli erano pesati. Non vedeva l'ora di riabbracciare sua moglie e i suoi figli.
Ma, per quanto sollevato nel lasciare Cair Ligualid, Caimir non riusciva a scrollarsi di dosso la diffidenza nei confronti del messo che aveva portato da Alt Clut la tragica notizia. Qualcosa in quel giovane non tornava. Caimir non ricordava di averlo mai visto tra i messaggeri di re Tutgual — forse perché era entrato al servizio da poco, d'accordo; ma non era solo quello: quando gli avevano chiesto le circostanze della morte del re, il messo non aveva saputo dire nulla oltre a ciò che era scritto sulla tavoletta. Caimir aveva quasi pensato di confidare i suoi dubbi a Riderch, ma alla fine aveva taciuto: il sigillo reale, dopotutto, bastava a zittire ogni sospetto.
Fino a quel momento, da quando avevano lasciato Cair Ligualid, avevano cavalcato in spazi aperti, tra le colline, ma ora la strada si avvicinava ai bordi del bosco.
D'istinto Caimir portò il suo cavallo più vicino al carro che era incaricato di scortare. Udì più distintamente, al suo interno, le voci della principessa Languoreth e dei suoi figli.
Riderch invece cavalcava poco più avanti, accanto al messaggero, attorniato dalle sue migliori guardie del corpo agli ordini di Caimir.
Quando si inoltrarono tra gli alberi, il tracciato si fece più stretto e ombroso.
A un tratto, Caimir udì un fischio provenire da uno dei suoi uomini in avanguardia. Era il segnale convenuto che stavano per incrociare qualche altro viandante.
Ordinò a due guardie di restare accanto al carro, poi si avvicinò a Riderch: «Vado a controllare», gli disse. Riderch gli rispose con un cenno di assenso.
Atoc e Catleu, che cavalcavano in avanguardia, avevano fermato un ragazzino che montava a pelo un ronzino smagrito, con il fiato corto e la pelle tirata sulle costole. Quando Caimir li raggiunse, ringhiò al ragazzo: «Va' per la tua strada e lasciaci proseguire verso Alt Clut».
Il giovane, con gli occhi spalancati e terrorizzati, balbettò: «Alt Clut... Signore... Alt Clut è stata attaccata e incendiata... Io... io vengo da là...».
«Che cosa? Che diamine stai dicendo?» sbottò Caimir.
Nel frattempo li aveva raggiunti anche Riderch, seguito dal messaggero e da Guncar, una delle sue guardie del corpo. «Che succede qui?», domandò il principe, con tono impaziente.
«Mio signore», rispose Caimir, «questo ragazzo sostiene che la Rocca sia stata attaccata e incendiata».
«Che cosa?!», esplose Riderch. «È vero? Parla!».
Il ragazzino, tremando, riuscì appena a mormorare: «È stato nel pieno della notte... Tutto d'un tratto...».
Ma prima che potesse aggiungere altro, una freccia lo colpì alla spalla e lo scaraventò a terra.
D'istinto Caimir si voltò e vide chi aveva scoccato la freccia: il messaggero impugnava ancora un piccolo arco e in quello stesso momento spronò il cavallo verso il ragazzo steso a terra, chiaramente deciso a finirlo.
Atoc e Catleu gli sbarrarono la strada. Il cavallo di Atoc cozzò contro quello del messo, che nel trambusto riuscì a vibrare una pugnalata ad Atoc, affondandogli la lama nel fianco. Poi balzò a terra, con l'arma puntata contro il giovane.
Ma Catleu, dalla sella, scagliò la sua lancia, che lo trafisse dritto al collo. Il falso messaggero crollò bocconi, e un fiotto di sangue scuro gli sgorgò dalla ferita, mentre si contorceva in convulsioni.
Caimir udì la voce della principessa Languoreth, affacciatasi dal carro, diversi passi più indietro: «Che cosa è successo?», domandava con preoccupazione.
Se lo chiedeva anche lui, ancora incredulo su ciò che era appena accaduto.
Riderch smontò da cavallo, e così fece anche Caimir. Insieme si avvicinarono ai due che giacevano a terra. Catleu, forse temendo di aver agito senza ordini, balbettò una giustificazione: «Ho solo... cercato di...».
«Hai fatto bene a uccidere questo bastardo», tagliò corto Riderch, con una rabbia fredda nella voce. «Sempre che sia già morto», aggiunse poi, più secco ancora.
Caimir rigirò il corpo a faccia in su. Non c'era dubbio: il falso messaggero era morto.
Atoc, ferito al ventre, era piegato in due, ancora in sella. Caimir sbrigativamente ordinò a Catleu e a Guncar di prestargli le prime cure. Poi tornò verso Riderch, che nel frattempo si era avvicinato al ragazzino a terra.
Il giovane, ancora stordito per la caduta, si stringeva la spalla, dove era ancora conficcata la freccia, e si lasciava sfuggire deboli lamenti.
Caimir chiese con lo sguardo il permesso a Riderch, poi si chinò su di lui e mormorò: «Stringi i denti». Con un braccio lo immobilizzò al suolo, con l'altra mano cominciò a estrarre la freccia; dapprima lentamente, poi con un colpo secco finché l'asta non fu fuori del tutto. Il ragazzo emise un grido acuto e dalla ferita cominciò a colare sangue, che Caimir tamponò con un lembo della propria divisa.
«Dannazione!» sbottò Riderch. «Quello era un messaggero o solo un sicario?».
Poi si rivolse al giovane: «Cosa stavi per dirci poco fa? Parla!».
Pallido come uno straccio, il ragazzino si tirò a sedere, sorretto da Caimir, e cercò di parlare mentre le lacrime gli rigavano il viso: «Una banda di guerrieri... o di predoni... ha attaccato la Rocca. La mia famiglia aveva una capanna dentro la prima palizzata... Mio padre...».
Si interruppe, soffocando un singhiozzo, e si asciugò le lacrime con il dorso della mano.
«Mio padre è stato ucciso mentre difendeva la capanna. Poi l'hanno bruciata... mia madre e mia sorella si sono nascoste... spero siano al sicuro... Io ho afferrato il primo cavallo che vagava a briglia sciolta nel caos e sono uscito dalle palizzate. Volevo cercare aiuto dai miei zii... ma nel buio ho perso la strada. È da due notti che vago senza meta...»
Ora piangeva apertamente.
Riderch rifletté in silenzio per qualche istante.
«Hai detto predoni o guerrieri... Da dove venivano?» insisté poi, senza badare al pianto sommesso del ragazzo.
«Non lo so», rispose questi, tra i singhiozzi, «ho sentito pronunciare parole straniere, che non avevo mai udito».
«Predoni stranieri? E poi che è successo?».
«Non ho visto nulla... sono scappato quasi subito...» mormorò il ragazzino, che sembrava ormai sull'orlo dello svenimento.
«Dovremo procedere a tappe forzate verso Alt Clut per scoprire che diamine è successo», affermò Riderch con determinazione.
Caimir si schiarì la voce e, con tono prudente, rispose: «Mio signore, anch'io sono in ansia per le sorti della mia famiglia. Ma non sappiamo cosa ci attenda lassù. Siamo appena una dozzina di uomini, e abbiamo con noi una donna e tre bambini. Se una banda di guerrieri ostili circondasse la Rocca, non sarebbe saggio avvicinarci in queste condizioni. Io dico di tornare a Cair Ligualid: non abbiamo fatto molta strada, finora. Potremmo chiedere rinforzi a re Urbgen e, nel frattempo, ricevere notizie più attendibili su ciò che è accaduto, senza mettere a repentaglio la vita della principessa e dei principini».
Oltretutto — ma questo non lo disse ad alta voce — Atoc necessitava di cure urgenti: Caimir non voleva perdere uno dei suoi uomini a quel modo.
Riderch passeggiò nervosamente in cerchio, mormorando tra sé. Poi, con tono arrabbiato, si rivolse nuovamente a Caimir: «Hai ragione, Orso. Non posso mettere a rischio Languoreth e i miei figli. Torniamo a Cair Ligualid, e in fretta».
Il viaggio di ritorno fu una sofferenza.
Nonostante il carro fosse pesante, cercarono di mantenere un'andatura più veloce possibile, quasi al trotto in alcuni tratti, per tentare di salvare la vita di Atoc. Il soldato, ferito al ventre, era stato sistemato sul retro del carro, all'esterno, perché non poteva cavalcare; dopo poco aveva perso i sensi.
Il ragazzo invece era stato messo sul cavallo di Atoc, legato con delle corde per impedirgli di cadere: era talmente debole che sembrava potesse svenire da un momento all'altro. Non aveva nemmeno avuto la forza di mangiare il cibo che gli era stato offerto; si era limitato a mandar giù qualche sorso d'acqua. Il suo ronzino, sfinito, era stato lasciato indietro.
Anche il corpo del sicario era stato abbandonato dov'era: ammesso che lo avessero voluto portare, non c'era spazio. Che ci pensassero i corvi.
Durante il percorso, Riderch confidò a Caimir le sue preoccupazioni sul fatto che il sicario avesse portato con sé una tavoletta recante un autentico sigillo reale di Alt Clut, che poteva essergli stato consegnato soltanto da chi deteneva il potere sulla Rocca. Cosa poteva significare? Che i guerrieri nemici erano entrati nelle stanze reali?
Forse re Tutgual non era morto di malattia, e il messaggio era stato inviato proprio dai nemici, chiunque fossero, per attirare Riderch in trappola. In tal caso, anche la comunicazione dell'investitura di Morcant quale nuovo guletic era probabilmente falsa. Caimir non poté che convenire con Riderch: tutto ciò era profondamente inquietante.
Il pensiero che re Tutgual potesse essere stato ucciso a sangue freddo da un sicario — o, forse peggio ancora, caduto in una battaglia sanguinosa sulla Rocca — era difficile da accettare per Caimir. Tutgual aveva governato Alt Clut per molti anni, anni per lo più pacifici, e Caimir gli doveva molta riconoscenza. In fondo, se era diventato ciò che era, lo doveva a lui.
Fin da bambino aveva sognato di fare il soldato, ma proveniva da una famiglia di poveri agricoltori senza mezzi. Aveva lasciato i genitori quand'era ancora ragazzo, in cerca di fortuna, arrangiandosi in lavori di fatica: con la sua corporatura robusta veniva usato come garzone per i carichi più pesanti.
Nel frattempo si era allenato da solo anche nel combattimento e un giorno, ancora molto giovane, era entrato al servizio di un guerriero di nome Riacat, che stava reclutando uomini. Riacat seguiva talvolta Tutgual — che allora era ancora principe — nel suo corpo di guardia durante spedizioni fuori della Rocca. Tutgual, notando Caimir al servizio di Riacat, dovette intravedere qualcosa nel suo fisico e nella sua solerzia e, quando fu elevato al comando della Rocca, lo scelse per metterlo tra le guardie alle palizzate della Rocca. Già allora gli altri presero a chiamarlo Orso, non solo per la sua stazza, ma anche per il suo carattere introverso e ombroso, dicevano.
Poi venne la grande pestilenza, che fece molte vittime ad Alt Clut, tra cui la stessa regina Elufed. Morirono anche molti soldati, e quando Tutgual dovette rimpiazzare la guardia del corpo del suo secondogenito, Riderch — che all'epoca era ancora un bambino — scelse l'Orso per quell'incarico.
E ora, dopo tanti anni, Tutgual pareva essere uscito di scena all'improvviso, proprio mentre loro erano lontani. Caimir si domandò chi fosse seduto, in quel momento, sul seggio della Rocca.
«Caimir». La voce di Languoreth lo distolse dai suoi pensieri. Stava scortando nuovamente il carro, e la principessa aveva mosso il telo e sporto il capo per chiamarlo.
Caimir portò il suo cavallo ancor più vicino al carro. «Mia signora?» disse, pronto a ricevere ordini.
«Cosa pensi della storia che ha raccontato il ragazzino?». Languoreth era stata messa al corrente da Riderch degli ultimi sviluppi, poco prima di ripartire.
Caimir provò un certo orgoglio nel fatto che ella ci tenesse a sapere anche la sua opinione, ma non voleva mostrare di più di quanto gli imponesse il suo ruolo: «Non mi azzardo a formulare opinioni su ciò che ha detto il ragazzo, principessa. Mi limito a garantire la vostra sicurezza, qualunque cosa ci attenda».
A Caimir parve di intravedere un'espressione soddisfatta sul volto di Languoreth, a quella risposta.
«Proprio così», disse lei. «Bisogna essere pronti anche al peggio, e in quel caso tu e i tuoi uomini dovrete essere più pronti che mai. Se davvero, che gli dei lo scongiurino, Tutgual e Morcant fossero morti nell'assalto alla Rocca, ciò significherebbe che il tuo signore Riderch sarebbe destinato a succedere loro quale guletic di Alt Clut». E detto questo, parve per un momento voler aggiungere qualcos'altro, ma poi si ritrasse nel carro.
Caimir non aveva minimamente pensato a un tale scenario. Quella prospettiva gli fece immediatamente sentire il peso di una nuova responsabilità.
Avevano nel frattempo raggiunto il tratto in cui il vecchio selciato romano riaffiorava sulla strada, e ciò permise loro di aumentare l'andatura al trotto.
Poco dopo attraversarono i resti diroccati di una bassa muraglia, un antico manufatto la cui funzione si era ormai perduta nella memoria degli uomini. Si stendeva attraverso il pianoro come un rudere dimenticato da tempo immemore.
Oltrepassatolo, furono in vista di Cair Ligualid.
Attraversato il ponte sul fiume, incrociarono il passo di alcuni viandanti, poi la strada attraversò un grappolo di capanne da cui si levavano fili di fumo. I rumori e le voci del villaggio li accompagnarono sino alle mura.
Le guardie di vedetta li avevano già avvistati da lontano e, quando giunsero al portale d'ingresso, lo stesso Urbgen li attendeva col suo corpo di guardia — sul suo volto, chiaro, lo stupore e gli interrogativi nel vederli tornare così presto sui propri passi.
Dopo aver concesso loro il tempo necessario per rinfrescarsi e rifocillarsi, Urbgen volle parlare a tu per tu con Riderch — e, naturalmente, il desiderio era reciproco. Nella stanza, oltre a loro due, c'erano solo Caimir e la guardia del corpo di Urbgen: un colosso alto e muscoloso, muto come un pesce.
Urbgen versò dell'idromele per Riderch e per sè. Poi, gettando un'occhiata a Caimir, disse: «Ce n'è anche per la tua guardia, Riderch, se ne vuole. Siamo tra di noi, qui».
Caimir osò rispondere direttamente: «Vi ringrazio, re Urbgen Pendragon, ma preferisco non bere», replicò con tono asciutto.
Urbgen scrollò le spalle e tornò a rivolgersi a Riderch: «Ciò che mi hai raccontato va oltre ogni immaginazione. Fatico a credere che Alt Clut possa essere stata messa a ferro e fuoco... Purtroppo quel ragazzo potrebbe non essere più in grado di confermare la sua storia: il nostro druido, poco fa, mi ha riferito che è caduto in uno stato di incoscienza, e per ora è difficile dire se sopravviverà».
«Il fatto è», disse Riderch con voce stanca e irritata, «che, a ben vedere, il ragazzo non sapeva praticamente nulla! Ha detto solo che dei predoni hanno appiccato un incendio sulla Rocca, e basta. Per quanto ne sappiamo, potrebbero anche essere stati respinti. Mi sa che abbiamo fatto un errore a non marciare subito verso Alt Clut».
«Ti dimentichi di una cosa, Riderch», ribatté Urbgen, pensieroso. «Secondo quanto tu stesso mi hai raccontato, quel falso messaggero — o sicario, come vogliamo chiamarlo — ha tentato di uccidere il ragazzo appena ha capito che stava per rivelarvi qualcosa. Portava un messaggio che non ha nulla a che vedere con l'attacco, eppure voleva ridurlo al silenzio... Ma quel messaggio reca il sigillo reale di Alt Clut. Qualcosa non torna».
Riderch sospirò: «L'unico modo per scoprire la verità è marciare verso Alt Clut, e farlo con dei rinforzi».
Urbgen si appoggiò all'indietro, facendo scricchiolare lo scranno sotto il suo peso.
Ecco, erano arrivati al dunque: avrebbe davvero acconsentito re Urbgen Pendragon del Rheged a fornire rinforzi al principe Riderch di Alt Clut, soltanto sulla base di congetture?
«Se davvero qualcosa di grave fosse avvenuto ad Alt Clut», disse Urbgen lentamente, «in tal caso, senza dubbio altra gente — proprio come quel ragazzo — giungerà nelle terre del Rheged per sfuggire a qualunque cosa sia successa, e riceveremo notizie più certe. Non serve che attendere un paio di giorni: molto presto sapremo».
A Riderch quelle parole non piacquero affatto. Rimase corrucciato e in silenzio, sorseggiando l'idromele.
«Ma ti rendi conto?» insisté Urbgen, abbassando la voce e sporgendosi in avanti verso l'interlocutore, quasi a non voler essere udito nemmeno dalle proprie guardie del corpo — ma non tanto piano da impedire a Caimir di cogliere ogni parola. «Se davvero il peggio fosse accaduto, se tuo padre e tuo fratello Morcant fossero stati estromessi dal potere, questo significherebbe che spetterebbe a te, quale secondogenito di Tutgual, reclamare il seggio di Alt Clut. È vero che hai altri due fratelli minori là, ma al momento non possiamo sapere nulla nemmeno della loro sorte. Pensaci, Riderch: è il momento di ragionare con questo in mente, non di agire d'impulso».
Riderch rimase scosso da quelle parole; glielo si leggeva in volto. Era come se, d'un tratto, fosse stato investito dalla consapevolezza di trovarsi davanti a uno scenario completamente nuovo — uno scenario in cui, per la prima volta, il destino di Alt Clut poteva dipendere da lui.
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