Capitolo 11: Il sopravvissuto

«Puoi andare», disse Áedán al guaritore. 
L'uomo chinò appena il capo e uscì in silenzio dalla tenda.

Rimasti soli, Áedán rivolse lo sguardo alla sua guardia più fidata. «Cosa ne pensi, Erc?».
«Il livido sta schiarendo e il guaritore sostiene che non avrai più capogiri. Direi che sono buone notizie».
«Intanto, rispettando le sue indicazioni, sono dovuto rimanere qui segregato per quattro giorni», borbottò Áedán.
Secondo il guaritore, il colpo di lancia che si era preso in testa durante la battaglia aveva "sbilanciato l'equilibrio del sangue" — qualunque cosa volesse dire — e per questo gli aveva imposto assoluto riposo. Ora, sempre secondo lui, quel fantomatico equilibrio era tornato a posto.
«In realtà», sogghignò Áedán alzandosi, «ho rispettato le ingiunzioni del guaritore solo perché mi faceva comodo: quattro giorni senza i britanni tra i piedi e con Rónán a trattare al mio posto».
Erc scrollò le spalle. Conosceva il suo signore da abbastanza tempo per sapere che anche l'apparente pigrizia, in lui, era solo un'altra forma di strategia.

«Comandante Rónán, sei ancora lì fuori?», urlò Áedán.
Rónán si affacciò all'ingresso della tenda: «Sì, sono qui, mio signore».
«Entra e riprendi da dove avevi interrotto, prima che il guaritore ci importunasse».
Il comandante entrò, chinandosi appena per passare sotto il lembo dell'ingresso. «In breve», disse, «i britanni non vedono l'ora che ce ne andiamo. Poco fa Neiton ha dichiarato che sono disposti ad accogliere le nostre richieste riguardo il dislocamento dei nostri uomini sul loro territorio, pur di chiudere un accordo e vederci sparire dalla Rocca». Rónán accompagnò le ultime parole con un ghigno.
«Sono davvero così sprovveduti da piegarsi dopo pochi giorni?» disse Áedán, massaggiandosi il mento.
«Continuano a insistere sul fatto che re Conall ha promesso loro una nuova epoca di pace e collaborazione tra i due regni».
Áedán si avvicinò allo scranno, vi si accomodò e fece cenno a Rónán di versargli dell'idromele.
«Mio cugino Conall...», mormorò con un mezzo sorriso amaro. «È sempre stato abile nel promettere ciò che poi lascia ad altri portare a compimento».
«In ogni caso», proseguì Rónán con cautela, «i britanni hanno accettato le mie giustificazioni per la tua assenza. Si sono detti disposti ad attendere che tu ti rimetta in forze per concludere le trattative personalmente con te».
Ma il solo nominare Conall aveva incrinato l'umore di Áedán.
«E che me ne importa di cosa si attendono quei pusillanimi?» sbottò. «Neiton mi aveva fatto un'altra impressione, ma evidentemente mi sbagliavo. Se non hai altro di rilevante, puoi ritirarti, comandante».
Rónán annuì e uscì dalla tenda.

Áedán rimase in silenzio per un po', sorseggiando l'idromele, mentre Erc si riposava steso sulla stuoia.
Poi lo chiamò vicino e, a bassa voce come se ci fosse qualcun altro nella tenda che potesse udire, gli domandò: «Allora? Come sta il nostro... sorvegliato speciale?».
«Quando l'ho visto stamattina era ancora privo di sensi, forse dormiva», rispose Erc. «Il guaritore dice che non è più in pericolo di vita, e che ha aperto gli occhi un paio di volte».
Áedán si alzò in piedi. «Bene. Direi che è giunto il momento di fargli visita». Se stava riprendendo coscienza, era meglio parlargli subito e metterlo al corrente della situazione — prima che avesse occasione di scambiare parola con qualcun altro.

Abituato al calore della tenda, l'aria fresca del tardo pomeriggio lo colpì come una frustata. Eppure assaporò il piacere di camminare ad ampi passi dopo tanta inattività.
I guerrieri che lo videro attraversare l'accampamento accolsero il suo passaggio con urla di gioia: era evidente quanto li rincuorasse rivederlo in forze.
Accompagnato da Erc, si diresse verso la tenda dei feriti.
Per tutti, tranne che per loro due, il loro "sorvegliato speciale" non era altro che uno dei guerrieri dalriadi scampati alla morte. Áedán aveva ordinato che ogni ferito, anche il più grave, venisse condotto là; e, tramite Erc, aveva fatto in modo — con la dovuta discrezione — che quel ferito particolare fosse sorvegliato più degli altri e curato con ogni attenzione utile a tenerlo in vita.

Avvicinandosi alla tenda dei feriti, la guardia all'ingresso lo riconobbe da lontano e batté la lancia al suolo in cenno di saluto.
«Fuori tutti per un po'», ordinò Áedán senza rallentare il passo. «Vi richiamerò io».
Gli attendenti, abituati a obbedire senza porsi domande, uscirono in fretta.
Quando la tenda fu vuota, a parte i feriti immobili sulle stuoie, Áedán scostò il telo ed entrò con Erc al seguito.
Un fetore pestilenziale ammorbava l'aria all'interno.
Una ventina di feriti giaceva a terra; molti sembravano privi di sensi.
Fingendo di controllare le condizioni di ciascuno, Erc guidò Áedán verso l'unico che importava davvero. «È lui», mormorò infine.
Di fronte a loro era steso un uomo bendato dalla testa al torace. Le bende, sebbene cambiate di recente, erano già macchiate di sangue. Sul volto, solo gli occhi, le labbra e una ciocca di capelli restavano scoperti — ma non abbastanza da lasciarne distinguere i lineamenti. Era immobile, il respiro lento e regolare, come in un sonno profondo.

Áedán si inginocchiò accanto alla sua testa e mormorò piano, affinché nessuno degli altri feriti potesse udire: «Sono tuo cognato Áedán mac Gabráin. È toccato a me l'ingrato compito di guidare questa disgraziata spedizione. Mio padre era re di Dál Riata, il tuo lo era di Alt Clut: direi che possiamo parlarci da pari». Respirò a fondo, e riprese: «Tuo padre, e i tuoi fratelli Culfulch e Ardderchddrud, sono morti. La Rocca ora è nelle mani di Neiton map Guipno. Tra pochi giorni radunerà tutti i clan di Alt Clut, e vedremo se avrà davvero l'appoggio che crede».
L'uomo non diede alcun segno di coscienza, ma Áedán proseguì, sottovoce:
«Ti ho visto, quattro notti fa, combattere come un indemoniato durante la battaglia. Eri in sola sottoveste, senza protezioni, colto di sorpresa dal nostro attacco. Sanguinavi già, eppure ti battevi come un orso. Ti riconobbi quando un tuo servitore urlò il tuo nome. Proprio allora uno dei miei guerrieri ti disarmò e ti colpì in pieno volto con la spada. Stava per ucciderti mentre eri a terra privo di sensi, ma io lo fermai in tempo. Gli ordinai di trascinarti al riparo dietro una capanna, fuori dall'infuriare dello scontro. Poi andai a cercare tra i caduti — ce n'erano a dozzine — finché ne trovai uno, un dalriado, con corporatura simile alla tua e capelli biondastri. Gli sfigurai il volto finché non fu più riconoscibile, quindi feci chiamare lo stesso uomo che ti aveva quasi ucciso. Gli ordinai di trascinare quel cadavere accanto a te e di scambiarvi le vesti. Intorno, la battaglia infuriava ancora, e nessuno vide cosa accadde al riparo della capanna. L'unico testimone — oltre a me e alla mia guardia del corpo — era il guerriero a cui avevo dato l'ordine... e morì poco dopo».

Raccontare tutto l'accaduto per filo e per segno era per Áedán come togliersi un peso dal petto — poco importava se l'altro potesse sentirlo oppure no.
«Una cosa importante che devi sapere è che sono stati Neiton e altri cugini di tuo padre a tradirlo. Hanno stretto un patto con il mio re, Conall di Dál Riata, per conquistare il potere con la forza. Almeno, tua moglie e i tuoi figli sono stati risparmiati. Quando, nel luogo dove eri stato visto combattere, hanno trovato il cadavere che avevo fatto rivestire con la tua sottoveste e a cui avevo messo in mano la tua spada, hanno chiesto a tua moglie se ti riconoscesse. Lei ha detto di sì, in lacrime. In effetti, con la veste ancora intrisa del tuo odore, il volto sfigurato, i capelli simili ai tuoi, il corpo coperto di pus e ferite, era facile essere tratti in inganno. Ma ora che ci penso, mi domando se tua moglie abbia finto di riconoscerti, sperando in cuor suo che tu fossi riuscito a fuggire. Se è così, la sua speranza è ben riposta. Ti avevamo rivestito alla meglio con gli abiti del dalriado — fu un'impresa, ma ce la facemmo — e bastò quello per far credere ai miei uomini che eri uno dei nostri. Quindi venisti trasportato qui all'accampamento insieme agli altri feriti, passando sotto gli occhi dei britanni senza che nessuno si accorgesse dello scambio. Anche perché, dopo quel colpo di spada e con tutto quel sangue raggrumato addosso... il tuo volto non era più come prima».
Aveva parlato tutto d'un fiato, come spinto dalla necessità di sputar fuori ciò che teneva dentro. Aveva davvero fatto tutto ciò che gli era possibile, per rispettare la volontà di sua moglie e salvare almeno parte della famiglia di lei? Sì, si disse, non doveva avere dubbi. Aveva perfino corso un grave rischio personale, pur di riuscirci.

A un tratto il corpo del ferito si scosse leggermente.
Nonostante le ginocchia cominciassero a dolergli, Áedán si chinò ancora più vicino alla testa bendata dell'uomo, e abbassò ancora la propria voce: «Il mio re mi ha ordinato di guidare questa spedizione e non ho potuto sottrarmi, ma il patto tra Conall e Neiton va contro i miei interessi. Non soltanto perché ho dovuto assecondare la distruzione del clan cui appartiene mia moglie, ma anche perché ho dei territori ereditati da mia madre in Manau. Conall ha altri piani, ma il mio interesse risiede nel legame che ho col vostro clan. Per questo ti ho salvato la vita, a grave rischio di essere scoperto e additato come traditore di fronte a re Conall. L'ho fatto perché ho ancora una speranza: che tu possa riprenderti la Rocca e il potere su Alt Clut, usurpato dai congiurati assassini di tuo padre».

Áedán vide l'uomo aprire lentamente gli occhi.
La sua voce suonò debolissima, nasale, faticosa: «Voglio...». Sembrava non riuscisse a proseguire, ma poi si riprese: «Voglio... vedere...». Tossì debolmente. «Voglio prima vedere... mia moglie... e i miei figli», terminò in un sussurro.
«È questo un ordine, guletic Morcant figlio di Tutgual?», mormorò piano Áedán, trattenendo a stento l'esultanza.
L'uomo lo guardò in silenzio per qualche istante, lo sguardo affossato nel bendaggio, ma ora vivo e teso. Poi rispose con voce fioca ma risoluta: «Sì».
«Farò quanto è in mio potere per esaudirlo, re Morcant», sussurrò Áedán raggiante.

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