Capitolo 8: A Cair Ligualid
Riderch e i bambini stavano ancora dormendo beatamente.
Distesa sul letto, Languoreth godeva della calma che precede l'alba. La prima luce dell'aurora già filtrava nella stanza. Udì gli uccelli mattutini cinguettare fuori e, in lontananza, un cavallo al trotto.
Cair Ligualid era una vera cittadina, un mondo a parte rispetto ad Alt Clut. Le antiche mura romane, per quanto diroccate, e le abitazioni in blocchi squadrati di sasso le ricordavano le città favolose delle storie che sua nonna le raccontava da bambina.
E nel cortile dell'abitazione di re Urbgen c'era perfino una fontana in pietra, elegante e solida, dalla quale l'acqua sgorgava senza sosta. Dicevano che un condotto sotterraneo la portasse da un fiume lontano: un'opera lasciata dai Romani, molte generazioni addietro. Eppure funzionava ancora con la stessa regolarità, come un vero prodigio.
L'alloggio che Urbgen aveva messo a loro disposizione era curato e dignitoso: pelli morbide stese sui giacigli, stoviglie di metallo ben lucidato, drappi dai colori vividi alle pareti.
Gli stessi abitanti di Cair Ligualid avevano un aspetto più curato rispetto alla gente aspra di Alt Clut. Languoreth era rimasta colpita in particolar modo dalla consorte di Urbgen, la regina Modron, che si muoveva con un'eleganza quieta, vestita di stoffe tinte in colori rari.
Re Urbgen, inoltre, teneva al suo servizio un bardo: uno sfizio che i rudi regnanti del nord non avrebbero mai contemplato.
Riderch si mosse accanto a lei. «È già l'alba?», mormorò con la voce ancora impastata di sonno.
«Si», gli rispose Languoreth.
«Presto dovremo tornare ad Alt Clut».
«Restiamo ancora qualche giorno...», lo implorò lei, lasciando che le dita tracciassero carezze ardite sul suo corpo, insinuandosi fin nelle sue parti intime. I bambini, dietro la parete, dormivano ignari.
Un fremito percorse Riderch; si voltò e la strinse a sé. Le sue labbra la cercarono, prima sul volto, poi lungo il collo, scivolando sempre più in basso. Un brivido di piacere attraversò il corpo di Languoreth.
Tra sospiri e risa soffocate, mentre l'alba entrava a poco a poco nella stanza, si abbandonarono l'uno all'altra con passione. Il tempo sembrò fermarsi, sospeso nel loro abbraccio ardente.
Languoreth era immersa nell’estasi, il respiro corto e la mente annebbiata, quando Riderch si scostò bruscamente da lei. Un battere secco all'uscio aveva spezzato di colpo l’incanto.
«Chi è là?», chiese Riderch con voce ancora ansimante.
«Urbgen», si udì al di là dell'uscio.
Languoreth e Riderch si guardarono l'un l'altra attoniti: soltanto qualcosa di realmente grave poteva aver spinto Urbgen in persona ad andare a svegliarli all'alba in quel modo.
Languoreth si tirò frettolosamente addosso le pelli del letto per coprirsi.
«Entra pure, Urbgen», disse Riderch alzandosi dal giaciglio e infilandosi la sottoveste. Languoreth sorrise nel vedere che l'erezione del marito non si era ancora del tutto placata.
La porta si aprì e l'uomo che governava il Rheged vi entrò con la sua imponente mole, seguito da due guardie del corpo. Urbgen indossava ancora la veste da notte e dal suo volto si capiva che non era affatto contento di essere già sveglio. Il suo sguardo era terreo e i capelli gli cadevano in disordine sulle spalle.
«Scusatemi, non è mia abitudine disturbare gli ospiti all'alba», disse, con voce irritata. «Sai bene, Riderch, quanto io detesti essere svegliato presto; ma il messo che ha portato questo è stato così insistente che non sono riuscito a farlo mandare via». E così dicendo mostrò nella mano destra una tavoletta cerata sigillata con una striscia di cuoio.
«A quanto pare viene da Alt Clut e pretendeva di recapitartela di persona», continuò Urbgen. «Ma il suo comportamento insolente e il fatto che mi abbia svegliato prima del gallo mi hanno convinto a lasciarlo fuori e a portarti la tavoletta io stesso. Così saprò se si tratta di un messaggio di poco conto e in tal caso vedrò di punire quell'insolente per la sua stupida insistenza».
Languoreth notò la mancanza di tatto diplomatico di Urbgen: a rigor di logica non avrebbe dovuto minacciare ritorsioni contro un messaggero di un regno confinante e alleato. Ma, dopotutto, quello era un tratto distintivo del suo carattere.
Riderch però sembrò non farci caso. Con aria preoccupata afferrò la tavoletta che Urbgen gli porgeva.
Languoreth vide che la striscia di cuoio era sigillata con lo stemma reale di Alt Clut, e questo fece preoccupare anche lei. Tutgual sapeva che Riderch desiderava che il viaggio si svolgesse in incognito: perché allora inviare a Cair Ligualid un messaggio recante il sigillo reale, indirizzato esplicitamente a lui? C'era qualcosa che non tornava.
Riderch ruppe il sigillo, aprì la tavoletta e cominciò a leggerla silenziosamente, tra sé e sé. Languoreth capì quasi subito, dall'espressione del marito, che si trattava di brutte notizie.
Infine Riderch smise di leggere e, con lo sguardo perso nel vuoto, mormorò con un filo di voce: «Mio padre, re Tutgual, è morto».
Nella stanza calò il silenzio più totale. Poi Languoreth si lasciò sfuggire un gemito: «Oh, mio caro...». Avrebbe voluto abbracciare e confortare Riderch, ma si ricordò di essere nuda sotto le pelli del letto, e che altri uomini erano presenti.
«Com'è accaduto?...» chiese Urbgen infine, con tono sorpreso e dolente. Il sovrano del Rheged, e ancor più suo padre prima di lui, avevano conosciuto bene Tutgual per molti anni.
«Il messaggio dice solo che la sua malattia è precipitata rapidamente, fino a impedirgli di respirare...» rispose Riderch, ancora scosso. Poi si voltò verso Languoreth: «La tavoletta è stata inviata da mio fratello Morcant; mi esorta a tornare alla Rocca quanto prima, per le esequie di nostro padre e per assistere alla sua investitura quale nuovo guletic di Alt Clut».
Languoreth lo guardò sconsolata. La loro libertà era finita.
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