Capitolo 6: Attacco ad Alt Clut
Cuntigern spalancò gli occhi di colpo e si accorse di essersi assopito nel mezzo della preghiera. «Ti chiedo perdono, o Signore», mormorò tra sé. Qualcosa lo aveva destato all'improvviso e, mentre ancora cercava di capire di che si trattasse, le udì di nuovo: erano grida, provenienti dall'esterno della capanna.
«Cos'è?», domandò l'anziano monaco Serf dall'altro lato della capanna, dietro il telo che separava i loro giacigli.
«Stavo per chiedertelo io», replicò Cuntigern, ormai del tutto desto.
Le urla e i rumori fuori si facevano sempre più forti. Era ancora inginocchiato sul pavimento, nella posizione in cui si era assopito. Nel rialzarsi sentì le gambe dolergli, intorpidite dal lungo stare piegato. Con passo incerto scostò il telo e si avviò verso l'uscio: doveva vedere con i propri occhi che cos'era quel clamore che squarciava il silenzio della notte.
Quando si affacciò all'esterno, si fece d'istinto il segno della croce. Non molto distante, alcune capanne ardevano tra le fiamme. Ombre di persone e di cavalli correvano in tutte le direzioni, illuminate a tratti dal bagliore del fuoco, tra il frastuono delle urla e i nitriti disperati.
«Cosa succede, Mungo?», fece Serf, avvicinandosi all'uscio. Ma quando vide la scena, i suoi occhi si riempirono d'orrore ed esclamò in un sussurro: «È un attacco ad Alt Clut!...».
Alle parole di Serf, Cuntigern — chiamato Mungo dal suo maestro — non poté non pensare a quanto fossero sfortunati: erano ad Alt Clut appena da pochi giorni, e proprio ora doveva scatenarsi quel finimondo! Ma subito un pensiero più cupo lo attraversò: se davvero era un'invasione, anche il villaggio di Mellindenor poteva essere già stato distrutto. Non avevano modo di saperlo.
«Mungo, rientriamo e mettiamoci a pregare con tutte le nostre forze», disse Serf con voce scossa.
Fu in quel momento che Cuntigern vide una donna, illuminata dal bagliore delle fiamme, cadere a terra mentre correva a pochi passi da lui. Senza pensarci un attimo, si precipitò fuori, la afferrò per le braccia e la sollevò di peso, trascinandola verso la capanna. La donna ansimava, scossa dai brividi.
Una volta all'interno, egli le tracciò un rapido segno di croce sulla fronte, ma lei, tremante, lo fissò con occhi sbarrati. Da quello sguardo Cuntigern capì subito che non era cristiana.
«Buona donna», domandò Serf avvicinandosi, «che cosa accade là fuori?».
Lei ruppe in pianto, stringendosi le mani al petto: «Mia figlia... mia figlia è intrappolata in una di quelle case in fiamme! Devo andare a salvarla!».
«C'è il finimondo là!», tentò di dissuaderla Cuntigern.
Ma la donna non lo ascoltò, e si lanciò di nuovo fuori della capanna.
«Aspetta... Santo cielo!», reagì Cuntigern, e d'istinto si gettò dietro di lei.
«Mungo!», urlò Serf dall'uscio, la voce spezzata dall'angoscia. Ma Cuntigern era già svanito nell'oscurità, inseguendo la donna disperata tra fumo e fiamme.
La raggiunse quando ella era già presso una delle capanne divorate dalle fiamme. Il calore lo investì, insopportabile, costringendolo a coprirsi il volto con un braccio. Intorno, la gente correva in preda al panico; le loro sagome apparivano e svanivano, disegnate per un istante dal bagliore infuocato e subito inghiottite dall'oscurità.
All'improvviso la donna emise un gemito strozzato, come se avesse scorto qualcosa, e si lanciò di corsa poco più in là.
Quando Cuntigern giunse sul posto, la donna era inginocchiata, piegata a terra, e stringeva al petto una giovane ragazza.
Non c'era un istante da perdere.
Il monaco si chinò, le mani tremanti sul volto della giovane. Era cosciente, ma lo sguardo errava nel vuoto. Sul viso, segni violacei, come di percosse, e la veste era lacerata. Respirava a scatti, quasi singhiozzi.
La sollevò a fatica insieme alla madre, che piangeva senza fiato. Il corpo della ragazza era pesante, molle. Barcollarono insieme fino alla capanna.
Lì, frate Serf li attendeva, le mani giunte, lo sguardo acceso: come se la preghiera potesse davvero aprire un varco tra il fuoco e la salvezza.
Una volta all'interno, mentre la madre si affaccendava a curare la figlia con un panno bagnato, Cuntigern e Serf sbarrarono l'ingresso con ciò che trovarono a portata di mano: una panca rovesciata, uno sgabello, persino un piccolo mobile trascinato a forza.
Fu allora che i due monaci si accorsero che i rumori fuori andavano scemando. Forse l'assalto si stava spostando altrove; diverse capanne, fortunatamente anche la loro, erano state risparmiate.
Appoggiato con la schiena contro la panca, ancora ansimante, Cuntigern mormorò: «Padre Serf, può essere che mirino ai quartieri reali, lassù, sulla Rocca?».
L'anziano monaco lo fissò con sguardo terreo: «Non lo so, Mungo... da qui non possiamo sapere nulla».
Un catino d'acqua, rimasto dalla giornata, era l'unico sollievo nella capanna. La donna vi intingeva il panno, sciacquando e pulendo il volto e il corpo dolorante della figlia. La ragazza — quasi ancora una bambina — tremava, il corpo irrigidito come se avesse ancora il nemico addosso. Cuntigern rabbrividì al sospetto che potesse aver subito violenza da qualche soldato: l'idea stessa gli parve un sacrilegio, e la scacciò con forza, serrando i pugni.
Il tempo parve sospeso. Ogni scricchiolio della legna, ogni grido lontano, li faceva sussultare. Nessuno osava muoversi, e Serf e Cuntigern si misero a mormorare preghiere.
Il silenzio che calava a tratti dall'esterno non rassicurava: sembrava quasi il respiro trattenuto di una bestia in agguato.
Così, tra preghiere e fremiti improvvisi, le ore passarono, lente e opprimenti.
Cuntigern si svegliò con un colpo di tosse che gli graffiò la gola. Non era più notte: dalle fessure filtrava il chiarore biancastro che precede l'alba. Non ricordava di essersi addormentato.
Volse lo sguardo a Serf: il volto scavato dell'anziano monaco tradiva un'espressione assonnata, e Cuntigern comprese che la sua tosse lo aveva appena destato.
Poco più in là, madre e figlia giacevano sul pavimento in preda a un sonno inquieto.
Cuntigern si alzò, con le articolazioni doloranti, e spinse via parte delle barricate dall'uscio, deciso a dare un'occhiata all'esterno.
Non appena si affacciò, tossì ancora: l'aria era satura del fumo acre e pungente degli incendi notturni. Pareva che le fiamme si fossero ormai spente, ma la coltre grigiastra non lasciava scorgere che pochi passi più in là. Intorno regnava un silenzio spettrale.
Senza dire una parola a Serf, Cuntigern uscì e si avventurò tra le coltri di fumo. A pochi passi, il suo sguardo si posò con orrore sui corpi disseminati a terra. Alcuni erano guerrieri, uccisi con le armi in pugno; altri invece erano povera gente di Alt Clut. Riconobbe volti che aveva visto sorridere appena uno o due giorni prima. Si chinò su di loro, sperando in un respiro, in un minimo segno di vita, ma non trovò che il silenzio e l'immobilità della morte. Lì intorno, si udiva soltanto lo scricchiolio delle travi ancora incandescenti e, di tanto in tanto, il gracchiare rauco di un corvo, invisibile nel fumo.
Con cuore straziato, Cuntigern tracciò lentamente il segno della croce sulle fronti ormai gelide dei caduti.
Si avvicinò poi al corpo di un guerriero che, a giudicare dal vestiario, non era della zona di Alt Clut: veniva da un'altra regione. Stava cercando di capire da dove provenisse quando alle sue spalle risuonò un urlo: «Ehi tu!».
Un brivido gelido gli percorse la schiena, i pochi capelli gli si rizzarono sul capo: quella voce aveva l'accento straniero dell'Hibernia.
Si voltò di scatto e li vide: due guerrieri si avvicinavano, puntando la spada verso di lui.
Cuntigern sollevò le mani e, ricorrendo al poco vocabolario che conosceva della loro lingua, esclamò: «Sono un monaco cristiano! Pace a voi!».
I due non risposero. Uno si avvicinò e lo perquisì rudemente. Cuntigern si sentì il fetore del guerriero addosso — o forse era l'odore acre della propria paura: era troppo paralizzato per distinguere.
I due soldati parlottarono tra loro. Cuntigern non riusciva a comprendere, ma quando uno lo spinse con forza, capì che gli stavano intimando di camminare.
Si avviarono verso i bastioni interni. Passando accanto alla capanna dove si trovavano Serf e le due donne, Cuntigern si sforzò di non voltarsi. Forse almeno frate Serf avrebbe potuto salvarsi.
Mentre camminava, con la punta della spada alla schiena, cercò di riportare alla mente quel poco che ricordava della parlata d'Hibernia. «Parlo la vostra lingua», tentò, sforzandosi di celare il tremito nella voce. «Ho viaggiato in Dál Riata. Ho imparato i vostri costumi e la vostra parlata. Posso servirvi da interprete... se mi risparmiate».
Ma non udì alcuna risposta.
Giunsero ai piedi dei ripidi scaloni che si arrampicavano lungo il fianco scosceso della Rocca di Alt Clut. Dove lo stavano conducendo? Cercavano forse un luogo appartato dove finirlo senza testimoni...?
Ciò che lo inquietò di più fu accorgersi che non c'era traccia di guardie di Alt Clut; nessuna voce, nessun passo, nessun'altra anima viva al di fuori di quei due guerrieri nemici.
Venne spinto su per i gradoni e la scalata ebbe inizio. Ogni passo risuonava sordo contro la pietra, e il fiato gli usciva a tratti, sempre più affannoso. Il cuore gli martellava nel petto, e non capiva se fosse solo a causa della ripida salita o anche della paura che lo attanagliava.
Per un attimo gli balenò il pensiero di ribellarsi, urlando od opponendo resistenza con la forza, ma non si risolse a farlo, e l'ascesa proseguì, lenta, snervante, come un supplizio.
Dopo una scalata che gli parve interminabile, oltrepassata un'altra palizzata, giunsero sul piccolo pianoro stretto tra le due cime della rocca: la più alta, dirupata come una torre, e la più bassa, tondeggiante come un tumulo.
Lì si presentò agli occhi di Cuntigern una scena desolante: capanne semidistrutte, alcune ridotte in cenere coi pali anneriti che fumavano ancora; un odore acre di bruciato aleggiava nell'aria; soldati nemici erano intenti a trascinare cadaveri e feriti, in un silenzio irreale. Non scorse traccia di abitanti di Alt Clut, non vivi almeno.
Un ufficiale nemico si avvicinò ai due guerrieri che lo tenevano a punta di spada e scambiò alcune parole rapide con loro. Poi si allontanò.
«Vergine Madre di Dio, la mia ora è giunta, affido a te la mia anima», mormorò Cuntigern in un sussurro, convinto che l'ufficiale avesse impartito l'ordine di ucciderlo.
Ma non accadde nulla. I due guerrieri rimasero immobili a sorvegliarlo, fissandolo come statue. Il tempo parve non scorrere più.
Infine l'ufficiale ritornò, seguito da alcune guardie di Alt Clut, che scortavano un giovane dall'aria distinta: il suo vestiario ne rivelava l'alto rango. Portava una barba corta e i suoi occhi, gelidi e taglienti, riflettevano tutta la sua alterigia.
«Sono Gwrast map Guipno», proclamò seccamente, rompendo il silenzio sepolcrale che gravava attorno: «Un cambiamento è avvenuto, nella notte, ad Alt Clut: il guletic non è più Tutgual Tutclyd; da ora lo è mio fratello Neiton map Guipno».
Quelle parole colpirono Cuntigern come un macigno, ma non ebbe il tempo di assimilarne il significato, perché il giovane incalzò: «Mi è stato detto che sei un monaco cristiano. Sappi allora che, a partire dal giorno successivo a domani, tutti i missionari cristiani saranno banditi da Alt Clut. Chi resterà sarà giudicato secondo le nostre leggi, come perturbatore e traditore delle consuetudini sacre. Un bando ufficiale verrà diffuso prima del tramonto, ma il guletic Neiton, nella sua magnanimità, ha voluto che voi monaci foste avvertiti in anticipo, così da poter avvisare i vostri adepti, se desiderate che si salvino».
L'enormità di ciò che aveva appena udito paralizzò Cuntigern, facendogli persino dimenticare la paura di poco prima. Avrebbe voluto chiedere come fosse possibile un simile rovesciamento... e cosa fosse accaduto alla dinastia di Tutgual.
Ma la nuova consapevolezza che la vita gli sarebbe stata risparmiata se si fosse mostrato prudente lo spinse a rispondere con voce tremante: «D'accordo... ritornerò a Cathures».
«No», lo interruppe Gwrast con fastidio. «Non hai capito: il bando vale per tutto il regno di Alt Clut, non soltanto per la Rocca. Ogni missionario cristiano dovrà sparire dai nostri territori, oppure rinnegare quell'idolatria e vivere secondo le nostre leggi. Ricordatelo bene: avete due giorni».
E senza attendere replica, il giovane si voltò e fece ritorno da dove era venuto, seguito dalle sue guardie del corpo.
I due soldati intimarono in malo modo a Cuntigern di andarsene. Lui non se lo fece ripetere due volte e si affrettò barcollando giù per la scalinata di roccia da cui erano saliti poco prima.
Mentre scivolava sui gradoni, incespicando come un ubriaco, le parole di Gwrast continuarono a rimbombargli nella mente, confondendosi con il tonfo sordo del suo cuore. Precipitava sempre più giù e cercava invano di dare un senso a quell'assurdo rovesciamento: un sanguinoso cambio dinastico con morti e feriti, un bando contro i monaci cristiani... tutto in una sola notte.
Si fermò a metà del percorso, ansimando, quasi piegato in due, come se la lama di un boia premesse sul suo collo. Poi si riscosse, stringendo i denti. Doveva subito avvisare frate Serf: erano tutti in pericolo.
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