Prologo: Al monastero di Vivarium
Il sole sorgeva radioso, illuminando il paesaggio con raggi dorati.
Luciano, avvolto nella sua tunica invernale, era uscito ai primi bagliori dell'alba, secondo sua abitudine. Man mano che il sole saliva sull'orizzonte, l'aria si scaldava, eccezionalmente tiepida per la fine di novembre. Luciano si crogiolava volentieri nel tepore, mitigato da una leggera brezza.
Ogni mattina era solito ritirarsi all'aperto a meditare. Spesso, appoggiato a una roccia, osservava il mare e i nibbi che solcavano il cielo sopra di lui, e il suo cuore si riempiva di gradito stupore. "Quanto è meraviglioso il Creato!", gli capitava di pensare tra sé e sé.
Anche quella mattina si era immerso nella serenità della natura, quando a un tratto gli sovvenne che era giunto il momento di rientrare al Vivarium. Cominciò quindi a incamminarsi in direzione del monastero: lo attendevano i compiti della giornata. Doveva riprendere la ricopiatura del frammento del De hortis di Gargilio Marziale, lasciata in sospeso la sera precedente. Mentre camminava, si interrogò su quali mai fossero i criteri con cui i testi venivano assegnati ai copisti. Dopo due anni trascorsi nel monastero, recentemente era stato l'abate in persona ad affidare a Luciano quel ruolo. Si ricordava ancora le parole dell'abate, che ora gli echeggiavano nella mente: "O novizio Luciano, ti sei condotto bene infino a qui. Ora è tempo che anche tu assuma l'ufficio di copista nello scriptorium".
Negli ultimi cinque mesi, Luciano aveva ricevuto frammenti di testi sull'agricoltura da trascrivere. Il De hortis era il più cospicuo che gli fosse stato assegnato, ma era pur sempre solo un estratto. Tuttavia, ragionò tra sé e sé, come novizio nel prestigioso monastero del Vivarium non poteva aspettarsi di più: provenendo da una famiglia abbiente, aveva ricevuto una buona istruzione, ma dentro quelle mura era solo uno tra tanti, un nuovo arrivato senza privilegi. Luciano si rimproverò mentalmente per la sua presunzione e anche per l'incessante vagare dei suoi pensieri. Gli tornarono in mente le parole di sua madre: "Pensi troppo, figlio, e chi pensa troppo non ha vita lunga". Eppure, non riusciva a fermare il flusso delle sue riflessioni, che lo portavano da un'idea all'altra con la frenesia di un uccellino irrequieto.
Doveva essere già l'ora Terza inoltrata quando rientrò al Vivarium. Sarebbe arrivato in ritardo alla preghiera, pensava Luciano tra sé mentre si affrettava nel corridoio d'ingresso, quando, svoltato un angolo, andò quasi a cozzare contro un confratello. Era il grosso fra Pelagio: «Luciano», lo apostrofò col suo alito che puzzava di cipolla, «l'abate ha richiesto la presenza di tutti nel refettorio».
«Ma come? E la preghiera dell’ora Terza?», si stupì il novizio.
«Oggi è sostituita da un'assemblea. Ormai dovrebbero essere quasi tutti là», concluse fra Pelagio in tono stizzito, e si allontanò con una falcata pesante, senza aggiungere altro. Ciò apparve molto strano a Luciano. Non gli era mai capitato, da quando viveva al monastero.
Quando giunse al refettorio l'assemblea era effettivamente iniziata e l'abate stava già parlando. La sala era gremita: i confratelli occupavano tutte le panche e molti stavano in piedi, non essendoci abbastanza posti a sedere. Fra Pelagio, che era anch’egli appena arrivato, grazie alla sua imponente stazza si aprì un varco tra i confratelli assiepati, per ascoltare l'abate più da vicino. Luciano ne approfittò e ne seguì la scia, fino a quando scorse fra Ambrosio e si fermò al suo fianco. Quest'ultimo stava ascoltando l'abate con molta attenzione.
«Cosa succede?», gli chiese Luciano sottovoce.
«L'imperatore Giustiniano è morto», rispose fra Ambrosio laconico, senza distogliere lo sguardo dall'oratore.
Quindi questo era il motivo dell'assemblea. La notizia in realtà non sorprese Luciano più di tanto: l'imperatore Giustiniano il Grande, per quanto avesse la fama di uomo forte, era molto in là con gli anni e la sua dipartita, prima o poi, era inevitabile. Ma il novizio mise da parte i suoi pensieri e si concentrò ad ascoltare le parole dell'abate.
«E con ciò, cari confratelli, temo che si appropinquino nuovamente sulla nostra tormentata penisola tempi mutevoli e segnati dall'incertezza. Certamente dipenderà molto dal nuovo imperatore e dalle sue decisioni». La voce dell'abate, pur affaticata dall'età, era carica di autorità e suscitava spontaneo rispetto.
Dal suo volto anziano, incorniciato da una corta barba candida, traspariva saggezza, come se incarnasse la sapienza degli anni. «Pertanto, venerandi fratelli, la necessità ci esorta a preparare gli animi a ogni evenienza. Vi esorto a prestarmi orecchio, poiché in questo frangente le nostre esistenze fragili potrebbero mutare nel volgere di breve tempo».
Lo sguardo penetrante dell'abate percorse l'intera adunanza, mentre egli proseguiva il discorso: «La nostra Italia, un tempo fiorente, oggimai giace prostrata, oppressa dalle guerre e dalle pestilenze. L'antica gloria, come i carboni di un grande fuoco, si è estinta. Roma, un tempo chiamata "Città Eterna", giace ormai in rovina. E le armate imperiali venute per reclamare i territori italici hanno accelerato la nostra caduta».
Un mormorio si levò dall'assemblea, in risposta alle parole dell'abate.
Costui tacque e portò alla bocca la tazza posata sulla tavola, bevendo lentamente un sorso d'acqua. Il mormorio si spense e un silenzio sepolcrale scese nella sala, come se i confratelli trattenessero il respiro temendo le parole che sarebbero seguite.
Dopo aver sorseggiato, l'abate si passò la mano nodosa sulla fronte, come per raccogliere i suoi pensieri. Quindi, con sguardo intensissimo nonostante l'età, fissò l'assemblea. In quello sguardo, Luciano vide non più soltanto la figura quasi paterna dell'abate, ma quella autorevole e severa di Flavio Magno Aurelio Cassiodoro, il cui nome era stato sinonimo di potere e autorità non tanti anni prima.
Gli occhi di Cassiodoro brillavano ora con un'intensità che sembrava sfidare chiunque osasse contraddire le sue parole: «Non temiate, fratelli, intendo soltanto richiamare alla memoria di noi tutti le nostre sacre obbligazioni. Il nostro monastero s'erge come un baluardo contro l'oblio del tempo. Spetta a noi, oggi più che mai, il compito di custodire e tramandare la sapienza dei nostri antenati, affinché possa sopravvivere per le generazioni venture. O fratelli, concludo la mia parola con un'estrema supplica: perseveriamo con maggior lena che mai nella sacra missione di custodire la nostra eredità culturale, benché il futuro sia avvolto dalle tenebre dell'incertezza. Senza l'ausilio della Provvidenza divina, ogni nostro sforzo sarebbe vano e privo di senso; ma con l'aiuto del Signore Onnipotente e dello Spirito Santo, tutto diventa possibile».
Cassiodoro concluse bruscamente così il suo appello, lasciando l'assemblea in un silenzio carico di tensione.
L'abate si chinò verso fra Marcello, il suo scrivano, e gli bisbigliò alcune parole all'orecchio. Fra Marcello annuì e con voce ferma procedette a illustrare le direttive della giornata, rompendo il silenzio che per qualche istante aveva avvolto il refettorio.
Luciano osservò le facce dei confratelli, notando nei loro volti espressioni preoccupate: molti, come egli stesso, sembravano essersi attesi ulteriori spiegazioni dal discorso dell'abate. Ma forse Cassiodoro era affaticato a causa dell'età molto avanzata. Inoltre, Luciano ricordava di aver sentito dire che l'abate preferiva affidare i suoi pensieri alla scrittura, piuttosto che ai discorsi parlati.
Così, dopo le direttive pronunciate da fra Marcello, i confratelli si unirono in una breve preghiera comunitaria, al termine della quale l'assemblea venne sciolta.
Luciano rientrò nel dormitorio dei novizi, si svestì della tunica invernale e si abbandonò sul giaciglio per riposarsi brevemente, prima di iniziare il suo lavoro allo scriptorium, dove l'attendevano calamo e papiro. Ma la sua mente continuava a ripensare al conciso discorso dell'abate.
Si riscosse dai suoi pensieri quando una voce all'entrata del dormitorio lo chiamò: «Luciano, l'abate ti vuole vedere; ti attende nella sua cella». Era fra Marcello che aveva parlato.
«L'abate? Per quale motivo?», chiese Luciano sorpreso. Nei due anni trascorsi nel monastero, l'abate gli aveva parlato di persona soltanto quella volta che gli aveva affidato il ruolo di copista.
«Te lo dirà lui», rispose laconico fra Marcello. «Se sei pronto ti accompagnerò ora alla sua cella».
Era la prima volta che Luciano varcava la soglia della cella dell'abate. Fu subito impressionato dalla luce che filtrava attraverso una finestra vetrata, illuminando lo spazio con un calore accogliente. La stanza, ampia e ariosa, sembrava un santuario della conoscenza, con rotoli di papiro sulle mensole, sul desco dell'abate, e persino sul pavimento. L'aria era impregnata del profumo di papiro e di essenze aromatiche.
Cassiodoro sedeva accanto al suo desco, e accanto a lui sedeva frate Leo. Sembravano immersi in una conversazione, interrotta dall'annuncio di fra Marcello: «Padre, ecco il novizio Luciano, come avevi richiesto».
L'abate lo accolse con un cenno gentile: «Luciano, pace a te. Fra Marcello, puoi ritirarti per ora, ti farò chiamare più tardi». E così fra Marcello uscì.
Luciano si sedette su uno sgabello preparato per lui, sentendo lo sguardo di Cassiodoro su di sé. Il novizio cominciò a sentirsi nervoso. "Forse", pensò, "ho commesso qualche errore di copiatura?".
«Dì, caro Luciano, come ti trovi nell'esercizio del tuo nuovo compito?», chiese l'abate con tono neutro.
Il giovane esitò: «Padre, è un onore per me...». L'abate lo scrutava intensamente. Luciano allora decise di buttarsi e tentare il tutto per tutto: «Mi chiedevo, per pura curiosità, perché mi siano stati affidati da copiare solo estratti sull'agricoltura».
Con sua sorpresa, le rughe agli angoli degli occhi di Cassiodoro si tesero in un lieve sorriso: «Veramente, caro giovane, temo che i confratelli, nell'affidarti l'uffizio della copiatura, abbiano stimato l'agricoltura come disciplina accessibile ad un novizio. Ahimé, io dissento. Spesso, infatti, gli scritti agrari celano vocaboli specialistici che richiedono competenza e familiarità con la materia. La verità, o Luciano, è che è nostra consuetudine affidare ad ogni copista testi affini tra loro, cosicché ciascuno diventi perito in un lessico specifico. Imperocché, quando incontriamo lacune e passaggi illeggibili nel testo originario, dobbiamo essere in grado di supplire con termini congruenti. La traduzione dal greco al latino, poi, esige padronanza di un lessico ampio e fine. Non è, dunque, un compito da prendere alla leggera, ma piuttosto un'arte che richiede studio e dedizione».
Luciano rimase senza parole: si aspettava una severa ammonizione per chissà quale errore commesso senza accorgersene, ma invece l'abate aveva addirittura dissipato in un colpo solo tutti i suoi dubbi sul ruolo affidatogli.
Cassiodoro parlò ancora, il suo tono ora benevolo: «Perdona, o Luciano, se ti sembra che mi rivolga a te con eccessiva condiscendenza, lungi da me tale intento. È l'effetto della disparità dei nostri anni, giacché la tua età è appena un quinto della mia! Non passerà molto tempo prima che tu emetta i voti e deponga il manto noviziale; allora ti rivolgerò la parola chiamandoti "confratello", alla pari degli altri».
L'anziano, che stando alle sue stesse parole doveva quindi essere addirittura ottuagenario, fece una pausa e bevve dalla tazza che aveva di fronte sul desco, per alleviare la gola rauca.
Dopodiché riprese a parlare: «In verità, desideravo metterti al corrente di un altro argomento. Un'epistola, redatta su pergamena di fine fattura, mi è giunta da un monastero situato ai confini settentrionali del nostro mondo conosciuto. Il venerabile abate pastore di quella comunità condivide con me l'aspirazione allo scambio reciproco di manoscritti, affinché le nostre biblioteche possano arricchirsi a vicenda. Come ben sapete, sono animato dal fervente proposito di condividere il nostro patrimonio di conoscenza con altri centri di cultura, prossimi o remoti, onde salvaguardare la nostra eredità latina in questi tempi incerti. Caro Luciano, concordi con questo proposito?».
Malgrado Luciano si chiedesse con perplessità dove questo ragionamento andasse a parare, annuì con fermezza: «Si, concordo, padre».
«Molto bene. Ecco, dunque», proseguì Cassiodoro con gravità, «ho demandato a frate Leo, ed egli ha accettato con sollecitudine, l'ambasciata di recare alcuni manoscritti del nostro monastero ai monaci in Hibernia, nostri fratelli in Cristo. Oggigiorno quella terra lontana appare benedetta dal Signore: la cristianità vi fiorisce, a differenza che nella nostra Italia, martoriata dalle vicissitudini dei tempi. Nella sua epistola, questo abate ha altresì porto una richiesta di due confratelli eruditi nella lingua latina, affinché possano impartirla ai neofiti delle loro regioni. Codesta, senza dubbio, è un'altra occasione di scambio. Frate Leo ha deciso di soggiornare colà per uno o due anni, come tutore di lingua latina».
Luciano fissò frate Leo: il suo portamento e le sottili rughe agli angoli dei suoi occhi trasmettevano l'impressione di una persona in età matura. Una barba nera, curata con precisione, gli incorniciava il viso. In quel momento, frate Leo stava sorridendo, con un sorriso per la verità enigmatico. Luciano non poté non chiedersi come uno potesse lasciare la calda e serena regione dei Bruzi, culla di civiltà, per affrontare le desolate e gelide terre del nord.
Immerso nei suoi pensieri, Luciano fu bruscamente richiamato alla realtà dalla voce dell'abate: «Pertanto, pensavo che tu potresti essere un valido compagno di viaggio di frate Leo. La tua solida istruzione e il tuo vigore giovanile ti rendono adatto a questa missione, e tale esperienza sarebbe per te un arricchimento spirituale. Frate Leo dipartirà tra non meno di tre o quattro mesi: l'incipiente inverno rende il viaggio in mare eccessivamente periglioso. È un lasso di tempo ideale per te, caro Luciano, che nel frattempo prenderai i sacri voti e diventerai confratello». L'abate fece una pausa, poi chiese: «Qual è il tuo pensiero, figlio mio?».
Luciano osservò ancora frate Leo, il cui sorriso continuava a rimanere enigmatico. Il novizio deglutì, quindi rispose umilmente: «Padre, questa è una chiamata inaspettata. Ignoravo che avessimo contatti con monasteri così lontani. Non ho mai lasciato la nostra regione, vorrei riflettere su questa decisione. Potrei avere il tempo per meditarvi?».
«Certamente, figlio mio», rispose Cassiodoro. «Era mia intenzione solamente renderti partecipe di tale evenienza. La scelta sarà tua, e qualunque essa sia, sarà guidata dalla mano del Signore. Io, nondimeno, rimango fermamente convinto della importanza di stabilire legami con centri di cultura, prossimi o remoti che siano, in questi tempi turbolenti, come ho rammentato poc'anzi ai confratelli in assemblea».
Luciano colse la palla al balzo e domandò: «Padre, se mi è lecito chiedere, a cosa alludevi nel tuo discorso all'assemblea?».
Cassiodoro cominciava ad apparire affaticato, ma sorseggiò ancora dalla tazza e, affrancato, rispose con un tono urgente nella voce: «Vedete, la risposta può essere complessa, ma voglio qui con voi elucidarla meglio di quanto abbia fatto prima. La nonna paterna di mio padre nacque a Roma al tempo di Teodosio il Grande, ed arrivò a morire quasi centenaria. Tra i miei più teneri ricordi d'infanzia conservo nella memoria le storie che ella mi raccontava dei tempi in cui era stata giovinetta, negli anni lontani precedenti alle scorrerie di Alarico, più di un secolo e mezzo fa. Nei suoi racconti, dipingeva vividamente la Roma della sua infanzia, con gli enormi edifici, gli antichi monumenti ancora intatti, e soprattutto le antiche tradizioni che si conservavano inalterate da secoli. Divenuto adulto, mi posi l'ambizione di riportare in auge quegli stili di vita e tradizioni, che erano il nostro retaggio culturale. Ma ahimé, prìa le vicissitudini della guerra e poscia il mio soggiorno in Costantinopoli mi convinsero che la nostra antica eredità romana è persa per sempre, consegnata agli annali della storia».
Luciano guardò frate Leo: il suo sorriso era svanito, e ora ascoltava con uno sguardo rapito e teso.
Cassiodoro proseguì con trasporto: «Il potere imperiale è rimasto concentrato per troppo a lungo nelle province orientali, lasciando l'Italia e le province occidentali alla periferia dell'impero. A Costantinopoli tutti parlano il greco nella vita quotidiana, e ovviamente hanno diverse tradizioni e una diversa cultura, che sta prosperando mentre la nostra appassisce. Per gli imperatori, l'Italia è oggi un territorio distante e problematico, da mantenere solo per l'onore dell'impero. Presto o tardi gli amministratori imperiali sul suolo italico, come Narsete e i suoi successori, imporranno forse la lingua greca anche qui. E anche se ciò non accadesse, le nostre antiche tradizioni romane hanno già cominciato a svanire nell'oblio. La gente abbandona le città devastate da guerre e pestilenze, e cerca rifugio nelle campagne e sulle colline. Il Senato di Roma, un tempo bastione di gloria, ora giace in rovina, praticamente svuotato di potere e prestigio, come un guscio vuoto. Ravenna, essendo capitale d'Italia, sta venendo ricostruita come una piccola Costantinopoli, imitando lo stile della metropoli orientale. Questa, cari miei, è la triste realtà».
L'anziano abate, pur visibilmente affaticato, non aveva ancora terminato: «E ora, ci troviamo a ponderare la decisione di un viaggio in Hibernia. Perché così lontano? Perché in quelle verdi terre è oggi ben viva la nostra cultura latina. Non solo colà, in ogni caso: mantengo contatti anche con monasteri in Gallia. Ovunque la lingua e i costumi latini sono vivi, dobbiamo aver cura che continuino a esserlo. In realtà, in un certo senso ti invidio, frate Leo: viaggerai verso terre misteriose, ma che pure han sposato i costumi latini; terre strane e diverse dalla nostra, e tuttavia piene di nuove energie positive. Può essere che colà tu assista addirittura all'alba di una nuova era».
Mentre le ultime parole di Cassiodoro ancora risuonavano nell'aria, e l'espressione di frate Leo era più che mai rapita, la riluttanza di Luciano cominciava già a sciogliersi, i suoi pensieri tentati dal gentile tocco della persuasione.
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