Capitolo 1: In arrivo verso Hy

Il capitano della nave fece chiamare Leo a prora, dove il vento sferzava le vele, in quel mezzodì nuvoloso. Il tepore primaverile sembrava proprio non appartenere a quelle terre sperdute del nord. Osservando il mare dal bordo della nave, grigio come il cielo, e notando l'assenza di qualsiasi uccello in cielo, Leo si chiese verso quale recondito luogo dimenticato da Dio stessero dirigendosi.

Zazo, il capitano, un omone dalla pelle scura, dai modi estroversi e socievoli, e abbigliato con vesti costose, lo attendeva a prora e lo salutò col suo sorriso sdentato: «Frate, semo arivando!», gli disse in un accento orribile e sgrammaticato. Gli indicò la costa che si profilava davanti a loro: «Là, là, a la siniestra, v'è l'isola, vedi?». Finalmente, l'isola di Hy e il suo isolato eremo. Leo aveva ricevuto ben poche informazioni su quel luogo.

Durante la tappa precedente di quel lungo viaggio per i monasteri dell'Hibernia, Leo e fra Luciano, suo compagno di viaggio, avevano soggiornato presso il monastero di Bennchor. Leo aveva conversato a lungo con l'abate di quel posto, padre Comgall, il quale gli aveva rivelato di conoscere personalmente il fondatore dell'eremo sull'isola di Hy: era un monaco conosciuto col nome di Colmcille, che nella lingua di quelle terre significava "Colomba della Chiesa", secondo quanto padre Comgall aveva spiegato a Leo, precisando poi, con una punta d'orgoglio, che egli stesso parlava fluentemente in latino e quindi lo chiamava col nome latino, Columba. Padre Comgall gli aveva raccontato che Columba si era autoesiliato su una remota isoletta per espiare un qualche peccato che aveva commesso. Non era però entrato in ulteriori dettagli.

Leo era rimasto profondamente colpito dalla realtà di quelle terre, così diverse in tutto dall'Italia. Cassiodoro era stato nel giusto soltanto quando aveva accennato alla profonda cristianità di cui era intrisa l'Hibernia. Per il resto, quello in cui Leo e frate Luciano si erano avventurati era un mondo lontanissimo da quello cui erano abituati. Innanzitutto, le strutture monastiche, inclusi i piccoli edifici adibiti a chiese, erano in sostanza capanne rotonde in legno e frasche con tetti di paglia: tale era la diversità con l'architettura romana, che Leo aveva trovato ben difficile, almeno all'inizio, persino considerare tali luoghi come monasteri. Ma dopo qualche giorno si era reso conto che, al di là dell'apparenza, quelle erano fiorenti comunità religiose che attiravano molti giovani del luogo in modo non tanto dissimile, in fondo, da quanto avveniva in Italia: alcuni si dedicavano alla vita religiosa per vocazione o ispirati dall'esempio di santi monaci, altri per fuggire la povertà, e vi erano poi anche giovani di famiglia abbiente mandati in particolare al monastero di Bennchor per il prestigio che quel posto aveva nella regione.
Un grande ostacolo Leo lo aveva trovato nella lingua parlata dalla gente locale. Dopo un mese trascorso in Hibernia, muovendosi da un monastero all'altro, egli stava appena cominciando ad afferrare qualche semplice parola dell'idioma del posto, il goidelico. I monaci usavano il latino nella quotidianità della vita religiosa, ma chiaramente non era la loro lingua nativa e il loro accento a volte rendeva difficile il comprenderli quando parlavano. Inoltre Leo voleva avere interazioni anche con la gente nativa che non parlava latino, ma il goidelico aveva pronunce e suoni completamente esotici che Leo trovava difficili da assimilare. Per esempio, Hibernia era chiamata Ériu in quell'idioma.
Fra Luciano, invece, sembrava fare progressi con l'apprendimento del goidelico, e Leo spesso si affidava a lui nel dialogo con le popolazioni native.

Padre Comgall li aveva invitati a rimanere a Bennchor come tutori di lingua latina. Leo sapeva che, fermandosi là per un periodo lungo, avrebbe dovuto prima o poi rivelare a padre Comgall il suo segreto... per dovere di onestà.
Ma prima li attendeva l'ultima tappa di quel lungo viaggio, la visita all'eremo di Hy. Cassiodoro, nel dare loro l'incarico di portare manoscritti del Vivarium ai monasteri d'Hibernia, non aveva dato istruzioni precise su ogni singola tappa, ma si era raccomandato di cercare di consegnare i preziosi papiri ovunque riuscissero a raggiungere, anche nei più remoti avamposti se lo avessero ritenuto opportuno. E Leo, udita da padre Comgall di Bennchor la curiosa storia del monaco Columba, aveva deciso di andare a visitare l'isola di Hy. Fra Luciano, pur molto riluttante, aveva infine acconsentito ad accompagnarlo in quell'ultima tappa, ligio alla raccomandazione di Cassiodoro di viaggiare insieme durante quella missione.

Ora però, mentre dalla prora della nave osservava il cielo uggioso e il mare grigio, Leo cominciava a nutrire qualche dubbio su tale decisione: quelle lande remote e desolate apparivano inadatte persino a ospitare un eremita esiliato. Aguzzò la vista in direzione della striscia di terra che si profilava dinanzi, ma non riuscì a distinguere alcuna costruzione umana.
Una forte manata sulla spalla interruppe i suoi pensieri preoccupati, mentre la risata gutturale del capitano Zazo erompeva sonora. «Frate, nun puoi vedè gniente da qui, quei eremiti vissono in piccule capannule, uah ah! Voi frati da Roma sete abbituati a ben altro, uah ah ah!», gli urlò il capitano nell'orecchio, nel suo latino storpiato e quasi incomprensibile.

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